.

4 febbraio 2010
La democrazia self-service

 

Cos’è una legge? E’ una domanda alla quale, nell’Italia di oggi, non è più agevole rispondere. In altri tempi avremmo detto che è un provvedimento contenente norme, ossia regole di condotta, generali ed astratte, rivolte cioè alla globalità dei consociati e tese a regolamentare ex ante un determinato aspetto della vita delle comunità statuali. Dunque l’espressione più nobile e più alta della potestà degli Stati sovrani, il collante su cui si fonda il contratto sociale che lega i governanti alle collettività da cui promana il loro potere.
Questo nelle moderne democrazie rappresentative, ovviamente, perché il concetto di legge va contestualizzato con riferimento alle diverse epoche storiche e alle diverse forme di sovranità in cui si è materializzata l’ entità statuale.
La nozione di legge come noi l’intendiamo, pertanto, non ha lo stesso significato che aveva per i sudditi dell’Impero romano o per quelli di Luigi XIV, che per legge intendevano semplicemente il factum principis, la volontà inappellabile, indiscutibile e assoluta dell’imperatore o del re. Benché anche in quel caso la norma così emanata incidesse sui comportamenti dei singoli, profondamente diversa era la sua fonte: l’autorità di un autocrate contro l’autorità di un parlamento, ossia di un gruppo di cittadini liberamente eletti da tutti gli altri.
Ulteriormente diverso è poi il concetto di legge nelle oligarchie, ossia nei sistemi di governo dove un ristretto gruppo di persone- sia esso una casta economica, politica o sacerdotale - detiene le leve del comando ed esercita i propri poteri nell’esclusivo interesse dei suoi componenti.
Qui la legge perde uno dei connotati fondamentali che la caratterizzano nel mondo occidentale contemporaneo: il suo essere un precetto posto nell’interesse di tutti e che tutti sono tenuti ad osservare.
Forse più che nel confronto con i sistemi assolutistici, dove sovente il sovrano, benché organo monocratico e pur dentro una cornice di rapporti sociali contrassegnati da intollerabili abusi e privilegi, legiferava con intenti erga omnes (talvolta dando dei dispiaceri proprio alla classe nobiliare da cui egli stesso proveniva),  la metamorfosi concettuale che attualmente in Italia sta subendo la concezione della legge si può accostare all’idea di norma che si è affermata nelle realtà storiche e geografiche dove la guida di una intera nazione è stata appannaggio di una ristretta cerchia di individui, legati tra loro da interessi comuni.
In queste realtà, infatti, legge è soltanto ciò da cui scaturisce un vantaggio per i maggiorenti, in termini di consolidamento delle posizioni di privilegio o di asservimento del resto della popolazione.
E’ una situazione che l’Italia ha già conosciuto negli anni immediatamente successivi all’Unità, dove un manipolo di notabili si eleggeva da solo e dominava una massa sterminata di altri cittadini che ne doveva subire passivamente le scelte.
Ora il punto di domanda è: stiamo tornando a quel periodo aurorale della storia dell’Italia moderna? Stiamo rinnegando la rivoluzione copernicana avviata da Giolitti con l’estensione del suffragio e culminata nella Costituzione del 1948?
Per carità, le lobby nel nostro Paese hanno sempre avuto i loro referenti dentro le aule legislative e la produzione normativa dell’Italia repubblicana, dalla sua nascita ad oggi, è zeppa di provvedimenti adottati per favorirne gli appetiti e i tornaconti. In questo, possiamo dire che l’Italia dei notabili della seconda metà dell’ottocento è rimasta tale fino ai giorni nostri. Ma si è quasi sempre trattato di leggi di basso profilo, approvate alla chetichella ed evitando accuratamente la grancassa mediatica. Nulla al confronto di ciò a cui ci sta abituando il capostipite della dinastia Fininvest.
Il quesito di cui sopra, pertanto, resta pienamente lecito, soprattutto alla luce delle ultime vicende che sempre più vedono Parlamento e Governo impegnati a varare provvedimenti che, malcelati dalla bautta dell’interesse pubblico, appaiono chiaramente voluti per venire incontro alle esigenze di pochi e in special modo, tra questi pochi, alle esigenze di una sola persona, l’attuale capo dell’esecutivo.
Che le legislature a guida berlusconiana si siano sempre caratterizzate per una produzione normativa finalizzata ad alleviare le pene giudiziarie del premier o a favorirne le attività imprenditoriali, è cosa nota persino ai fanciulli delle materne. Quello che oggi appare nuovo rispetto al passato, però, è proprio la fragilità della bautta, del burqua, della maschera insomma.
Oggi Berlusconi non si preoccupa più di confezionare novelle legislative come il lodo Alfano, il legittimo impedimento e il ritorno in pompa magna dell’immunità parlamentare dentro rassicuranti scatole con su scritto: nell’interesse di tutti. Tra l’altro, anche volendolo, ormai gli riuscirebbe male, perché si tratta di disposizioni palesemente volte a blindare la sua figura istituzionale e a creargli attorno uno scudo protettivo più solido di quello delle astronavi aliene.
Vero è che non passa giorno senza che gli uomini del suo entourage e i giuristi di corte svolazzino da una televisione all’altra e da un giornale all’altro per spiegare ai cittadini i benefici derivanti alla collettività dall’approvazione di lodi e impedimenti, ma la sensazione è che stavolta i primi a non crederci fino in fondo siano proprio loro, i fedelissimi del Califfo.
Il che naturalmente non esclude che in giro ci siano ancora tanti volenterosi che la “missione” continuano a prenderla molto sul serio. L’altro giorno, ad esempio, uno sconosciuto peones del PDL, più realista del re, dopo le prime deposizioni in Tribunale di Massimo Ciancimino si è premurato di  presentare alla Camera una proposta di legge che vanificherebbe del tutto l’apporto dei pentiti nelle inchieste di mafia. Immaginiamo che il prode derviscio si sia presentato subito dopo ad Arcore con lingua penzoloni e coda scodinzolante, aspettando ansioso il biscottino. Ma mal gliene incolse: evidentemente il troppo è troppo anche per due autorevoli esponenti del governo come Alfano e Maroni, visto che si sono affrettati a prendere le distanze dall’iniziativa.
E’ questo un segnale di dissenso, di fronda? No, è soltanto l’indizio che anche dentro l’esecutivo si fa un certo consumo di Alka –Seltzer e che c’è un limite oltre il quale il digestivo non aiuta più.
Anche dentro il centro-destra, dunque, c’è chi è ben consapevole di cosa rischia la civiltà giuridica del nostro Paese se passa l’idea che possa chiamarsi legge un qualcosa che invece assomiglia pericolosamente ad un atto amministrativo , ossia ad un provvedimento avente per destinatario un soggetto ben determinato. Berlusconi non sarà eterno ma il berlusconismo forse sì, con la conseguenza che chiunque dovesse sedersi un domani al posto suo potrebbe sentirsi autorizzato, se la maggioranza parlamentare glielo consentirà, di fabbricarsi da solo la democrazia che più gli aggrada.
Quando si parla delle possibili eredità negative del berlusconismo, in genere i detrattori evocano le immagini di truci dittatori e carri armati per le strade. A nessuno viene mai in mente che, semplicemente sfruttando la legittimazione derivante da una larga vittoria elettorale, sarà possibile ai futuri leader usare lo Stato come si usa il proprio dentifricio, senza la necessità di ricorrere a censure e regimi polizieschi. Una aberrazione inquietante della democrazia che non siamo affatto preparati a fronteggiare, come il quindicennio berlusconiano dimostra, e che, tra l’altro, non sembra impensierire più di tanto neppure le sue principali vittime, ossia i cittadini stessi.
 

 




permalink | inviato da effecar il 4/2/2010 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 gennaio 2010
E continuavano a chiamarlo riformatore

 

L’equivoco nasce dalla storia, dalla rivoluzione francese, non dal vocabolario. Per il dizionario italiano, infatti, riforma è semplicemente qualsiasi provvedimento che sostenga o realizzi il rinnovamento più o meno profondo di una condizione o situazione esistente, per adeguarla a nuove e diverse esigenze . Non sta scritto da nessuna parte, quindi, che il riformismo, le riforme e i riformatori debbano necessariamente essere connotati dal requisito del”progressismo”, nel senso che a questa parola viene comunemente dato, e dunque aspirare ad un miglioramento delle condizioni di vita della gran parte della popolazione in contrapposizione alle letture elitarie della società e dei rapporti sociali, ai privilegi, alle disuguaglianze, oppure ancora tendere all’abolizione di regole vetuste, codine, figlie di epoche dominate dal pregiudizio e dalla superstizione o condizionate da una profonda influenza degli apparati religiosi nella vita civile.
Il vocabolario tutto questo non lo dice, motivo per cui “riforma” in senso stretto può essere anche un giro di vite al contrario, un ritorno al passato o un palese aumento delle disparità tra le classi sociali. Il “rinnovamento” , infatti, può essere anche incarnato da un vecchio che si veste di nuovo.
E’ facendosi forza del vocabolario, pertanto, che Silvio Berlusconi può a ragione chiamare i provvedimenti del suo governo, quelli varati e quelli in gestazione, “riforme”.
Dal suo punto di vista, infatti, lo sono pienamente, perché modificano una situazione preesistente e l’adattano alle esigenze di chi in quel momento detiene nello Stato le leve del comando, ossia lui stesso.
E così è giusto chiamare riforma quella che troncherà ex abrupto i processi, come un distacco improvviso di corrente, perché funzionale ai bisogni del premier anche se non a quelli della collettività.
E’ riforma quella che intende mettere il collare al Parlamento, alla Magistratura, alla Corte costituzionale e al Capo dello Stato, perché funzionale ai disegni egemonici delle forze politiche attualmente maggioritarie nel Paese.
E’ riforma quella che si prefigge l’obiettivo di blindare deputati e alte cariche con un ritorno in pompa magna di quella stessa immunità parlamentare che anni fa era stata sonoramente ripudiata da una consultazione popolare, 
E’ riforma quella della scuola, che si propone la svendita dell’istruzione pubblica mascherandola da restaurazione di severità e merito dentro le aule scolastiche.
E’ riforma, infine, quella delle aliquote fiscali Irpef, spacciata per “semplificazione” ma che sostanzialmente altro non è che un colossale regalo alle classi agiate, ossia a chi non ne ha bisogno, visto che l’aliquota minima resterà invariata (23 per cento) e le aliquote più alte (41 e 43 per cento) saranno abolite. Resterà, oltre alla minima, l’aliquota del 33 per cento, che colpirà indifferentemente sia i redditi medio-bassi (che attualmente pagano un’aliquota del 27 per cento e che dunque vedranno notevolmente aggravata la loro già traballante situazione reddituale) che gli introiti dei paperoni, i quali risparmieranno fiumi di denaro.
Eppure chiamano riforma anche questa, nonostante sia palese la sua natura di provvedimento di favore per i “porci ricchi”, come vengono normalmente e brutalmente appellati dalla saggezza popolare.
Eppure la chiamano riforma e nessuno, tranne qualche flebile e isolata voce, si prende la briga di dire chiaro e tondo che tale non è, almeno nel significato che gli attribuiscono gli emarginati e i poveracci, ma che è semplicemente la conferma, semmai ce ne fosse stata la necessità, che da che mondo è mondo la destra, a prescindere da chi la guida, rappresenta e tutela gli interessi dei pochi a scapito dei molti, la cassaforte blindata a scapito della scatola di cartone sotto il letto.
Appare francamente inspiegabile come un’opposizione di sinistra degna di questo nome non abbia ancora approfittato di una simile circostanza per denudare il re, per mostrare al popolo che lo vota in massa la sua vera natura di paladino degli optimates, del ceto equestre, e continui invece a baloccarsi dietro le proprie beghe interne o inseguendo improbabili tavoli di confronto con gli avversari sul terreno delle modifiche alla Carta fondamentale e agli assetti istituzionali dello Stato.
Silvio Berlusconi ha goduto, in tutti questi anni di predominio della scena pubblica,di una immeritata fama di orecchio privilegiato del comune sentire delle persone, di collettore degli umori più profondi dell’elettorato, di altoparlante di tutti quelli che non hanno voce nelle stanze del potere, di titolare di un mandato generale ad lites del popolo italiano per la scorta e tutela, per dirla con linguaggio da questurino, delle impellenze dell’uomo della strada.
Durante tutto questo tempo nessuno a sinistra, tranne quelle frange estreme per le quali anche un leader socialdemocratico è pur sempre espressione del padronato, ha sufficientemente evidenziato la contraddizione di avere per Presidente un Sardanapalo che si spaccia per Tiberio Gracco, un campione delle elites economiche che si atteggia a  tribuno della plebe. Si è sempre preferito porre l’accento sull’anomalia berlusconiana, sul conflitto di interessi, sul modello spensierato, disinformato e anestetizzato di società propalato dal verbo di Arcore, sulle pose e sulle pretese da basileus bizantino del capo del governo, sulle D’Addario e sulle Noemi Letizia della sua incommendevole vita privata, sulle leggi ad personam e sulle sue mai sopite ambizioni di tacitare, in forza dell’investitura popolare, ogni rumore molesto, ogni sussurro di disapprovazione, da chiunque provenisse. Si è sempre posto l’accento, insomma, sul Berlusconi despota da basso impero, trascurando il Berlusconi primus inter pares dei conti correnti miliardari e degli evasori con il panfilo ormeggiato a Montecarlo.
Si è preferito, con riferimento a questi profili della sua poliedrica e vulcanica personalità, liquidarlo come “populista”, dimenticando però che ogni populista che si rispetti, insieme alla reggia con i soffitti in oro zecchino, non manca mai di costruirsi anche una solida reputazione di protettore dei deboli davanti agli scamiciati che lo osannano e lo sostengono, alimentandola attraverso munifiche distribuzioni di briciole.
Berlusconi, al contrario, continua a passare per populista pur non avendo mai e poi mai provveduto a distribuire la benché minima panierata di briciole e continua a millantare questa sua sedicente prossimità ai ceti medio-bassi della società italiana semplicemente attraverso la cassa di risonanza del suo apparato mediatico o la naturale simpatia che suscita in chi, sfornito spesso dei necessari supporti culturali, detesta profondamente i politici di professione e l’altezzosa distanza che questi mettono tra loro e la gente comune.
Non una delle promesse “populiste” fatte da Berlusconi si è mai tradotta in provvedimento concreto, fatta eccezione per l’ICI tolta anche a chi avrebbe potuto continuare a pagarla senza patemi, ma nonostante ciò il suo appeal presso il sottoscala e i piani bassi del grattacielo sociale non è mai scemato.
Pensionati, casalinghe, piccoli impiegati,piccoli negozianti: categorie che altrove si rivolgono, per la rappresentanza dei propri interessi dentro il Palazzo, a partiti di ispirazione socialista o postcomunista, qui in Italia hanno eletto a proprio patrono un individuo lontano anni luce dai loro problemi e dalle loro urgenze.
La spiegazione di questa (ennesima) anomalia del fenomeno Berlusconi va ricercata anche nell’incapacità della sinistra moderata di respingere il vento liberista che l’ha investita nei primi anni novanta e che l’ha profondamente screditata agli occhi di quel genere di elettorato. Di fronte ad una sinistra che flirtava spudoratamente con il pianeta industriale e finanziario, che ne recepiva le istanze e le tramutava in legge, una larga percentuale di cittadini ha preferito affidare il proprio voto e i propri destini ad un venditore di sogni che almeno a chiacchere va proclamando di stare dalla sua parte. Una sorta di consolatorio surrogato alla precarietà del lavoro, all’insostenibile costo della vita, alle tariffe dei servizi schizzate alle stelle e via discorrendo.
Ora, però, con la (contro) riforma  del fisco degna del peggior ancient regime che Berlusconi intende far approvare, si presenta alla sinistra finalmente l’occasione per sbugiardare definitivamente il pauperismo d’accatto del premier, per scartare la confezione-regalo e scoperchiare la merda d’artista che c'è dentro. Speriamo che non se la lascino scappare anche questa volta.
 



permalink | inviato da effecar il 12/1/2010 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
30 dicembre 2009
Anniversari e memorie corte

 

-Un notabile che corrompe, che intrallazza, che ruba…Lei a chi penserebbe?
-Nel paese?
-Forse nel paese, forse nella zona, forse nella provincia.
-Lei mi pone un problema difficile-disse il parroco di S.Anna- Perché se ci limitiamo al paese, anche i bambini che devono ancora nascere possono rispondere alla domanda…Ma se ci allarghiamo alla zona, alla provincia, viene la confusione, la vertigine…
(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo)
 
E’ sempre stato uno strano socialismo, quello italiano. Un socialismo che ha annoverato, tra i suoi esponenti, gente come Matteotti e Mussolini , Riccardo Lombardi e i tangentari di Mani Pulite non si può definire, infatti, meno che “strano”. Strano perché ha coltivato nel suo seno, cercandovi una impossibile convivenza, una felice sintesi che nessuno sarebbe mai riuscito a trovare, le derive autoritarie e le vocazioni democratiche, le tentazioni della bassa politica e gli alti ideali di laicità, libertà e giustizia sociale.
Si è sempre mossa dentro questi traballanti binari la storia del movimento socialista italiano e i tempi nuovi (nuovi?) della seconda repubblica ne hanno accentuato, se non addirittura codificato, il carattere ibrido di partito aperto a molte, troppe variabili.
E così capita che davanti alle (giuste, a parere di chi scrive) obiezioni alla celebrazione del decennale della morte di Craxi, si alzino indignate, all’unisono, le voci dei socialisti di destra e di sinistra, dei Cicchitto e dei Nencini
Già il fatto che ci siano socialisti che continuino a ritenersi tali e che, pur tuttavia, rappresentano una colonna portante della coalizione di centro-destra e del governo di Silvio Berlusconi, dovrebbe essere una contraddizione in termini che solo in Italia non si ritiene necessario far adeguatamente risaltare, tanto da averla fatta ormai diventare un’anomalia tranquillamente accettata da tutti, sodali, avversari e opinione pubblica. Anzi, un’anomalia che, nell’immaginario collettivo, non è più tale, perchè  considerata quasi il tratto distintivo di tutto il socialismo nostrano.
E’ forse questo il danno maggiore che il craxismo ha fatto alla storia e alla dignità del socialismo italiano e sol per questo- diciamo così- “danno d’immagine” la memoria di Bettino Craxi non merita, al di là dell’umana pietà, alcuna riabilitazione postuma.
A deporre negativamente c’è poi tant’altro, lo sappiamo bene così come bene lo sanno anche gli epigoni del leader milanese: c’è il partito delle feste in discoteca, dei congressi pacchiani e faraonici, delle rielezioni “bulgare” del Capo, della repressione squadristica di quel po’ di dissenso interno che tentava di sopravvivere dentro le sezioni, dell’occupazione predatoria di tutti gli spazi della pubblica amministrazione, degli arricchimenti facili (“il convento è povero, ma i frati sono ricchi”) e di una gestione del potere declinata secondo i canoni del peggior malaffare democristiano (ma con una voracità e una mancanza di stile sconosciute persino ai notabili della Balena Bianca).
Tutto questo era già noto ben prima di Tangentopoli , eppure pare che i socialisti di Craxi si siano trasformati nel lupo cattivo solo a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta.
Come se prima fossero la confraternita del Sacro Cuore, dediti soltanto alle opere pie.
Invece gli appetiti smodati del craxismo si rivelarono quasi subito, come quasi subito si vide che la nomenclatura di boiardi salita al potere con lui proveniva o dal nulla o da aree ideologiche del tutto estranee alla tradizione della casa socialista.
Ma gli estimatori, interessati o meno, dell’esule (rectius: latitante) di Hammamet su tutto questo preferiscono sempre glissare elegantemente. Si soffermano, invece, sulle capacità profetiche di Craxi di prevedere e disegnare per l’Italia quel programma di riforme istituzionali che dopo di lui è diventato il leit-motiv di tutta la politica italiana, di destra e di sinistra, con la Carta fondamentale tirata per la giacchetta da entrambe le parti in contesa, ciascuna con la ricetta magica per renderla più avvenente, più giovanile, più appetibile. Una corsa alla chirurgia estetica a cui chi conosce bene la qualità e l’attualità della nostra Costituzione non ha mai sentito il bisogno di partecipare, salvo per quei pochi ritocchi (come quello che dovrebbe decretare la fine del bicameralismo perfetto) ritenuti oramai indispensabili anche da una nutrita percentuale di cittadini del tutto digiuna di nozioni di diritto costituzionale.
In questo delirio “riformista”, i fautori del ricorso al bisturi dell’art. 138 , malgrado la diversità di vedute sulla portata e sui contenuti delle “riforme”, su una cosa hanno sempre concordato, ossia nel considerare Bettino Craxi padre fondatore di questa moderna scienza pubblicistica che finora ci ha regalato perle di sovrumana eccellenza come la sciagurata “riforma” (il virgolettato è qui d’obbligo più che altrove) del titolo V della Costituzione, vaso di Pandora scoperchiato il quale attualmente il problema della corruzione, degli sprechi e dei costi della politica è diventato, da problema per pochi intimi appartenenti ai vertici della piramide istituzionale, il problema del consiglio comunale di Roccacannuccia.
Tra l'altro  i “riformisti” dell’uno e dell’altro schieramento dimenticano sempre di precisare, quando innalzano odi a Craxi e al suo riformismo, che quello craxiano alla fine ballò una sola estate, ossia nel congresso di Palermo del 1981, dove un Craxi ancora ispirato da Lombardi (col quale, in seguito, le distanze divennero ovviamente siderali, così come con Pertini, che sempre lo detestò cordialmente) presentò un piano di ammodernamento dell’Italia che raccolse il plauso persino di un comunista trinariciuto come l’esimio prof. Asor Rosa (La repubblica immaginaria)
E dopo? Dopo fu solo un vuoto blaterare di riforme che, per il loro potenziale impatto  eversivo (e non innovativo) sul tessuto connettivo istituzionale, fanno singolarmente il paio con le “riforme” minacciate da tempo dal signore di Arcore e dai suoi scherani: asservimento della magistratura all’esecutivo, presidenzialismo e leaderismo spinti, impunità della politica e dei suoi esponenti, Parlamento ridotto a mero notaio di decisioni altrui e via di seguito. Se è comprensibile,dunque, che Silvio Berlusconi guardi a Craxi come al nume tutelare del suo concetto ad personam dello Stato, meno comprensibile è che anche una parte importante della sinistra (ogni riferimento a Massimo D’Alema è puramente casuale) sia oggi schierata sul fronte degli orfani di Bettino.
Questo, lo ribadiamo, a tacer di tutto il resto, dei nani come delle ballerine, degli assessori con le mazzette in tasca come della messe plebiscitaria di voti raccolta nei quartieri di Palermo a più alta densità mafiosa, delle arroganze e delle protervie bettiniane come di quelle dell’ultimo dei suoi armigeri, virgulto di una razza padrona che nel decennio 1980-1990 pretese di fare e disfare il bello e il cattivo tempo in ogni settore della vita pubblica nazionale, dal Parlamento al consiglio d’amministrazione del più inutile ente parastatale.
E’ tutto questo che dovremmo celebrare? O dovremmo celebrare il Craxi “socialista” che, per essere coerente con le sue idee, taglia la scala mobile ai lavoratori dipendenti, rovesciando sulla parte debole del Paese i costi di un assalto continuo alle casse dello Stato a cui si potè mettere un freno soltanto nel 1993?
A nessuno, infine, viene in mente che, anche a voler concordare  sulla statura politica di Craxi e sulle sue visioni di lungo periodo, nessun riformismo avrebbe potuto davvero attecchire e cambiare in meglio l’andazzo bizantino dell’Italia senza quelle robuste fondamenta etiche che l’esule (rectius:latitante) di Hammamet non solo non ha mai sentito il bisogno di invocare ma di cui, in più di una occasione, si è fatto pubblicamente beffe, irridendo e dileggiando coloro i quali, al contrario, le ritenevano conditio sine qua non per aspirare a migliorare le cose e le persone di questo sconcertante e smemorato Paese.
 

 




permalink | inviato da effecar il 30/12/2009 alle 16:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
28 dicembre 2009
La forza dell'amore

 

 
Ammettiamolo, ammirati e un po’ anche invidiosi: tra le tante istrioniche trovate da consumato animale da palcoscenico con cui Silvio Berlusconi ci ha deliziato in questi anni, quella del “partito dell’amore” le supera tutte, per originalità e capacità di stupire amici e avversari.
Un partito, il PDL, al quale nessuno, nemmeno i più fidati sostenitori, avrebbe attribuito afflati francescani, diventa di colpo, grazie alla trovata del suo inventore, un cenacolo di filantropi e di appassionati missionari della fratellanza universale.
La svolta ecumenica e conciliare Berlusconi stavolta non l’ha preparata ma, da quel pubblicitario geniale qual è, è stato lesto ad approfittare di una circostanza drammatica e dolorosa: ossia la statuina del Duomo di Milano di cui lo psicolabile Tartaglia lo scorso 14 dicembre ha ritenuto più opportuno fare un uso contundente sul viso del premier in luogo del canonico uso ornamentale.
Così, dal letto del S.Raffaele dove è stato prontamente ricoverato, Berlusconi, incoraggiato anche dalle numerose testimonianze di solidarietà bipartisan che cominciavano a pervenirgli, ha pensato bene di chiudere il suo travagliato 2009 mettendosi in concorrenza con santa romana chiesa e con una lunga schiera di apostoli, eremiti, profeti e beati.
Peccato che subito dopo l’on.le Fabrizio Cicchitto, incapace di dimenticare le proprie radici laiche, abbia rischiato di compromettere questa nuova immagine aziendale con un intervento in Parlamento che tutto potrebbe definirsi meno che “amorevole”.
Ma si sa, amore omnia vincit, ragion per cui neppure la sortita del S.Tommaso di turno, ossia Cicchitto, è riuscita a sminuire l’epocale portata della svolta silviesca, una rivoluzione copernicana che ha subitamente trasformato una formazione politica dalle zanne affilate e dalla lingua tagliente in una pacifica comunità conventuale dedita soltanto alla solidarietà planetaria e alla produzione artigianale di unguenti e liquori.
Da allora, i mansueti fraticelli del cenobio di Arcore non la smettono più di lanciare all’universo mondo inviti alla pacificazione universale, nonostante qualche irriducibile guerrafondaio di origini molisane si ostini a non credere alla loro conversione.
Tanto odio verso i sant’uomini è, però, francamente incomprensibile, tant’è vero che pure un valente generale rotto a mille battaglie come  Massimo D’Alema, folgorato sulla via di Macherio dal verbo berlusconiano, ha sotterrato l’ascia di guerra e si è dichiarato disponibile a fumare il calumet della pace  col “partito dell’amore”
Guarda te la potenza dell’amore. Basta solo pronunciarne il nome perché intorno si spanda un gradevole effluvio di gelsomino e lavanda,  il lupo faccia pace con l’agnello , il ladro restituisca il maltolto, la gente si abbracci per strada e Berlusconi smetta i panni del puttaniere per indossare il saio del poverello d’Assisi.
Qualcuno malignamente ha suggerito che Silvio, ormai pago della carica di primo ministro, aspirerebbe adesso all’ ascesa al Sacro Soglio. Non sanno, i malpensanti, che l’amore che pervade lo spirito e la mente del Presidente del Consiglio è puro e disinteressato sentimento di amicizia e solidarietà col prossimo, scevro da calcoli utilitaristici di qualsiasi genere.
Una sola cosa chiede il venerando, al fine di condividere il suo amore anche con i nemici di ieri e farlo trionfare festoso sugli odi e sulle divisioni: che ci si decida a mettere una buona volta un pesante macigno (una semplice pietra non basterebbe) sopra certe sue piccole magagne del passato (bagattelle di poco conto, intendiamoci) che ne angustiano ancora il santo cuore sgombro ormai da pensieri impuri e palpitante solo di gioia e di affetto verso l’intera umanità.
E che sarà mai, suvvia. Comprendiamo che dai signori giudici, soggetti solo alla legge, un atto d’amore che cancelli con un colpo di spugna i processi di Berlusconi è impossibile da pretendere. Ma se i giudici non possono, possono invece i signori deputati, che le leggi le fanno e le disfanno. E allora, che stiamo ancora ad aspettare? Non si può sbarrare la porta all’amore, non lo si può frenare invocando costituzioni e codicilli. L’amore oltrepassa ogni barriera, scala i muri più erti , guada i torrenti in piena e sbaraglia gli eserciti mandati a fermarlo. Empio sia chiamato chi oserà opporsi alla forza dell’amore.
 

 




permalink | inviato da effecar il 28/12/2009 alle 3:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
14 dicembre 2009
Clima d'odio

 

E’ già accaduto in Italia e tutto fa pensare che potrebbe accadere di nuovo. Per emanare le leggi liberticide del 1926, che seppellirono definitivamente la democrazia liberale post-unitaria e consegnarono il Paese al regime fascista, la dittatura di Mussolini prese a pretesto, tra le altre cose, anche un fallito attentato al Duce messo in atto da un giovane bolognese, tale Anteo Zamboni.
Ascoltando in queste ore colonnelli e gran visir del regime berlusconiano, pare di udire le medesime sirene sollecitare svolte autoritarie per preservare l’incolumità personale dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi, messa in pericolo ieri sera dal gesto sconsiderato di uno squilibrato mentale.
Come ogni macchina di propaganda che si rispetti, le armate berlusconiane si sono infatti immediatamente mobilitate per perorare la causa del premier, trasformare l’increscioso episodio in un’occasione per santificarne vita e  opere e chiedere a gran voce misure repressive che scongiurino per il futuro il pericolo che il matto di Milano possa avere degli emulatori. Inoltre, a sentire i ciambellani del principe, il lancio della statuina del Duomo non sarebbe il gesto isolato di un folle, ma il terminale di un clima d’odio cresciuto in questi mesi attorno alla figura di Silvio Berlusconi.
In effetti, non ci voleva soverchia immaginazione per intuire che simili vicende, esecrabili ma circoscritte, avrebbero dato la stura ad una campagna mediatica a favore del governo e alla richiesta, più o meno velata, che le opposizioni, sia politiche che sociali, smettano di fare il loro mestiere e consentano al “martire” di proseguire indisturbato nella sua opera di demolizione dello Stato nato dalla Resistenza.
Perché non è Berlusconi che sbaglia quando pretende che i giudici si disinteressino delle molte, troppe zone d’ombra che offuscano la sua carriera di politico e di imprenditore. Sbagliano i giudici, tutti affiliati al Comintern e tutti tesi a distruggere l’immagine e la reputazione del primo ministro. Ergo, tacciano per sempre, come ai matrimoni. In caso contrario anch'essi, supremi guardiani della legge, si renderanno complici  del clima d’odio.
Ma dopo i giudici ci sono i giornalisti, altra categoria aborrita dalle parti del PDL (fatta eccezione per le truppe cammellate della stampa partigiana),  e Berlusconi non sbaglia quando pretende di zittire quel poco di informazione non allineata che resiste ancora in Italia. Sbagliano i giornalisti. Ergo, tacciano e lascino che l’immaginifico continui a volteggiare garrulo e felice tra escort e festini, voli di stato per musicanti e spacciatori di cocaina, strimpellate al chiaro di luna con Apicella e incarichi pubblici distribuiti alle protagoniste delle migliori perfomances erotiche andate in scena a Palazzo Grazioli. Perché se non zittiscono le loro penne, i giornalisti anti-Silvio foraggiano il clima d’odio.
Berlusconi non sbaglia neppure quando aggredisce il Capo dello Stato e la Consulta, minacciando riforme catacombali  che stravolgano gli incartapecoriti (per lui) equilibri istituzionali e gli consegnino chiavi in mano l’Italia. Lui è stato eletto dal popolo e nessun altro può permettersi di intralciarne il cammino. La sacra unzione delle urne è il lasciapassare che lo autorizza a mettere mano a tutto e a tutti, rimodellando la nazione e i suoi abitanti come meglio gli aggrada. Taccia una buona volta, dunque, Napolitano e tacciano i giudici “rossi” della Corte Costituzionale, perché lodi Alfano, prescrizioni lampo e processi flash sono provvedimenti decisi dal messia delle cabine elettorali e non possono soggiacere ad alcuna critica e ad alcun rilievo.
Non è Berlusconi a sbagliare persino quando si profonde in baci, abbracci e pacche sulle spalle con capi di Stato dai profili e dalle fedine impresentabili, come Putin, Gheddafi e Lukašenko. Sbaglia la comunità internazionale. Se fossero ancora vivi, Lui andrebbe a cena pure con Pol Pot e Idi Amin Dada. Perché Lui fa una politica estera autonoma e le sue predilezioni seguono percorsi oscuri e imperscrutabili che i tromboni della UE non possono capire. Dunque tacciano anche loro, perché altrimenti lo delegittimano e sussidiano il clima d’odio interno.
Infine, non è Berlusconi il fallace neanche quando la gente protesta per le strade perché è rimasta senza lavoro o non riesce ad arrivare a fine mese. Sbaglia la gente, che non ha capito lo sforzo e l’attenzione che egli quotidianamente profonde per alleviare le sofferenze degli umili, Sforzi e attenzione che hanno prodotto complessivamente solo una carta prepagata di pochi euro, che in molti casi non funziona e che in moltissimi casi è finita nelle tasche sbagliate. Ma più di questo allo Stupor Mundi di Arcore  non si poteva chiedere. Cerchino di capirlo studenti, disoccupati, impiegati e operai e la smettano di favorire il clima d’odio. C’è stata la crisi. Una crisi da cui siamo usciti brillantemente, a giudizio dei suoi devoti lacchè, ma che stranamente fa ancora sentire i suoi effetti sulla stragrande maggioranza della popolazione. Però non la sentono più banche, grande impresa, grande finanza, sottobosco politico-affaristico, evasori fiscali con la “barca” a Montecarlo e gran commis di Stato, e poffarbacco è già un risultato.
Tacciano dunque i profeti di sventura e le migliaia di famiglie con le retribuzioni falcidiate da costi della vita proibitivi e da un carico fiscale che sottrae al lavoro dipendente quasi il 50% del reddito. Tacciano, guardino in tv il Grande Fratello e la finiscano una buona volta di perdigiornare dietro cortei di protesta e manifestazioni che servono solo a fomentare il mitico clima d’odio. Tra l’altro, di cosa si preoccupano? Il governo ha già garantito la loro sicurezza, eliminando prostitute chiassose ed extracomunitari malintenzionati. Senza nemmeno spendere un soldo dei contribuenti, poi: ronde gratuite e polizia chiusa in caserma senza benzina. Se i cittadini ricominciassero ad avere pure qualche euro in tasca, c’è il rischio che un benessere diffuso possa nuovamente scatenare gli appetiti dei delinquenti. Meglio così allora, meglio con le terga in terra e la pelle al sicuro.
A pensarci bene, ha proprio ragione Berlusconi: c’è una parte consistente del Paese che alimenta un ingiustificato clima d’odio in nome di malesseri, opinioni e rivendicazioni altamente risibili o del tutto inconsistenti. E’ una parte del Paese che per i sondaggisti di corte non fa ancora maggioranza e che dunque dovrebbe starsene zitta in un cantuccio rincoglionendosi con i programmi televisivi Mediaset e affidandosi fiduciosa alle decisioni del benevolo ed onnipotente Sultano che la governa. Invece mugugna, insulta, scrive cose spiacevolissime per le delicate orecchie del Sultano ed altrettanto spiacevolissime cose dichiara. Altrove la chiamano democrazia, in Italia è “clima d’odio”. Sbagliano altrove, of course…



permalink | inviato da effecar il 14/12/2009 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
6 dicembre 2009
Da che pulpito

 

Potremmo capirli se l’indignazione e lo sconcerto per la condanna di Amanda Knox provenissero da popoli e nazioni con apparati giudiziari più moderni ed efficienti del nostro. Ma onestamente è difficile accettare lezioni di civiltà giuridica da un Paese che ha ancora la pena di morte e che la usa disinvoltamente anche contro i minorati mentali. Per non parlare delle decine di innocenti finiti nel tritacarne di un sistema, quello americano, fin troppo veloce e approssimativo nel giudicare rei e reati.
Un sistema dove indagini frettolose e processi altrettanto sbrigativi generano quotidianamente “errori giudiziari” sovente irrimediabili. Un sistema che permette agli OJ Simpson di massacrare tranquillamente la moglie e poi farsi assolvere in tribunale grazie ai soldi con cui pagano cauzioni astronomiche e costosissimi avvocati ma che è inflessibile con gli Smith qualunque, possibilmente neri o ispanici.
Un sistema ammirevole sotto certi aspetti (perfetta parità teorica tra accusa e difesa, snellezza dei tempi e delle procedure, giurie popolari anche nei contenziosi civili etc)  ma altrettanto lacunoso e fallace sotto altri, con investigatori spesso poco preparati e professionali  e con un discutibile criterio elettivo dei giudici e dei procuratori che si presta ad abusi e condizionamenti di vario genere.
Spesso la giustizia americana, insomma, non si discosta, nella pratica, dalla spicciativa giustizia dei primi coloni, col sospettato di furto processato sommariamente ed altrettanto sommariamente impiccato all’albero più alto del villaggio.
Dal canto nostro, l’Italia, pur con tutti i suoi difetti, è e rimane la culla del diritto. Diritto che è nato sulle rive del Tevere e che, col Corpus Juris di Giustiniano, abbiamo poi regalato al mondo civilizzato di allora, il quale in seguito ne ha fatto l’uso più consono alle peculiarità delle sue diverse culture e popolazioni. Tra i tanti commenti biliosi e ingenerosi provenienti in questi giorni dall’altra parte dell’oceano, mi ha colpito in particolare quello di un cittadino statunitense secondo il quale il nostro Paese, a parte il cibo e alcuni quadri dipinti cinquecento anni fa, non avrebbe altri meriti da vantare di fronte alla comunità internazionale. L’anonimo conterraneo di Obama dimentica, però, che quando un Eneo Domizio Ulpiano metteva al servizio dell’imperatore Alessandro Severo la propria sconfinata competenza giuridica, i suoi antenati si vestivano ancora di pelli, dormivano nelle tende e mangiavano carne cruda.
Ciò non vuol dire, ovviamente, che una nazione giovane debba essere eternamente tributaria ad altre dal lignaggio più antico, prova ne sia che il nostro Paese, faro di civiltà e progresso fino al rinascimento, dal sacco di Roma in poi ha dovuto cedere alla Francia, all’Inghilterra, all’Olanda e ai paesi scandinavi lo scettro della primazia culturale, economica e politica europea.
Ma nel campo del diritto no, cari amici cowboys . E’ vero, i nostri ingranaggi processuali spesso sono farraginosi, con tempi biblici di definizione e un formalismo capzioso che talvolta fa sembrare il nostro ordinamento tempio del cavillo più che della norma. Ma esso resta comunque un ordinamento dove, in materia penale, le garanzie per l’indagato e l’imputato, almeno fino a quando non verranno varate certe pseudo-riforme “americane” oggi in gestazione come la separazione delle carriere, sono tra le più solide ed avanzate del mondo occidentale, con tre gradi di giudizio e un utilizzo delle misure cautelari personali estremamente parco (forse pure troppo) perchè ancorato alla sussistenza di presupposti di legge rigidi e predeterminati, quali la reiterazione del reato, il pericolo di fuga e l’ inquinamento delle prove.
Casomai, se c’è qualcosa che possiamo rimproverarci, a parte la lentezza dei processi e il caos regnante in molti tribunali, è l’ondivaga fluttuazione del nostro umore latino (a cui purtroppo non sa sottrarsi neppure il legislatore) tra forche e garanzie, a seconda che il singolo episodio criminale solleciti l’una o l’altra  delle due corde interiori
Chiediamoci, infine, se l’accanimento dei media e dell’opinione pubblica degli States sul caso Amanda-Meredith sarebbe stato così intenso se la ragazza americana invece che bionda e carina avesse avuto fattezze e origini etniche e sociali diverse. Sorge il legittimo sospetto, insomma, che una larga fetta della società statunitense si sia innamorata, più che dell'innocenza,  del personaggio di Amanda,  identificandolo con la ragazza acqua e sapone della porta accanto tanto caro ad una certa America bianca e protestante anni cinquanta. Una brava ragazza anglosassone di buona famiglia, dunque, che mai, secondo questo stereotipo , potrebbe macchiarsi di un delitto così orrendo e che è davvero un peccato non poter lanciare nel dorato universo della popolarità mediatica . Dev’essere stata cocente, infatti, la delusione di tv e giornali alla notizia che la futura star di talk show , film o reality (perché questa è la fine che avrebbero fatto fare ad un’Amanda assolta) non sarà disponibile per i prossimi 25 anni. Francamente troppi anche per il viso d’angelo di Amanda Knox.



permalink | inviato da effecar il 6/12/2009 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 novembre 2009
Il cucchiaio del Cavaliere

 

Rotterdam, 29 giugno 2000, ore 20.00 . Semifinale dei campionati europei di calcio. Italia e Olanda, dopo una partita tiratissima che gli azzurri hanno dovuto giocare quasi per intero in dieci uomini per l’espulsione di Gianluca Zambrotta, sono al redde rationem dei calci di rigore, fino ad allora vera e propria damnatio ad metalla di tutte le squadre italiane, nazionali e di club. Non stanno messi meglio, però, nemmeno gli “orange”, che ai rigori hanno perduto appuntamenti importantissimi per il loro football. Una sfida di sfighe, insomma.
Ha appena tirato Stam , stampando il pallone sulla traversa. L’Italia conduce ora per 2 a 0, perché il primo penalty dei prodi batavi è stato parato da un Toldo in serata di grazia (ne aveva già parato uno nel corso dei tempi regolamentari e ne parerà un altro alla fine). Si avvicina al dischetto, indolente e sfrontato come sempre, Francesco Totti, astro nascente dell’Italia pedatoria.
Con spavalderia tutta romanesca, prima di avviarsi dentro l’area di rigore comunica agli allarmati compagni che è sua intenzione fare “er cucchiaio” al povero portiere olandese Van Der Saar.
Il cucchiaio, per chi non lo sapesse, è un pallonetto lento e velenoso che, se intuito dal portiere, diventa il tiro più innocuo che ci possa essere. Il problema è che i calciatori che sanno tirare bene i “cucchiai” in genere sono i più talentuosi, motivo per cui per l’estremo difensore diventa estremamente arduo prevedere sia l’intenzione dell’avversario che la traiettoria che costui riuscirà ad imprimere al pallone.
Andò così anche in quella circostanza e il cucchiaio di Totti divenne da allora il simbolo di tutte le beffe calcistiche.
Faccio questa premessa sportiva, rievocando uno degli incontri più emozionanti dell’ultimo ventennio della nostra nazionale, perché l’avviso di garanzia per mafia che volteggerebbe sulla testa di Berlusconi mi pare tanto un cucchiaio tirato addosso all’opposizione e alla magistratura per vedere se riescono a pararlo. Un cucchiaio che parte da un giornale molto vicino al premier e che sembra confezionato apposta per beffare le forze ostili allo strapotere politico e mediatico di Silvio Berlusconi. Apparentemente è un’esca appetitosa su cui buttarsi a capofitto, in realtà è una polpetta avvelenata pronta a intossicare chiunque osi morderla. Si anticipano gli eventuali sviluppi giudiziari di alcune inchieste ancora in corso per sterilizzarle, per scoprire il gioco degli odiati pm e spiazzarli. Al contempo, si fa finta di offrire al centrosinistra l’ennesima ghiotta occasione per attaccare il presidente del Consiglio, annunziando un fantomatico avviso buono solo a consentire a Berlusconi di gettarsi lancia in resta nella solita litania di denunce di persecuzione e appelli al popolo, insulti agli avversari e tracotante sicumera.
Ragion per cui si consiglia a tutti coloro che non ritengono l’imprenditore di Arcore una benedizione dell’Altissimo di mettersi comodi in poltrona con birra e panino per assistere tranquilli all’ennesimo show del Cavaliere, senza pathos alcuno e senza coltivare alcuna speranza di vederlo    prossimamente    dentro  un’aula      di tribunale insieme  a Riina, Provenzano e company

 

 

 




permalink | inviato da effecar il 29/11/2009 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
26 novembre 2009
Erika for President
 

E’ una di quelle storie per le quali non si sa mai dove finisce la realtà e dove comincia la finzione giornalistica. Ma è anche una di quelle storie dove l’impatto emotivo sul pubblico, si tratti o meno di vicenda “gonfiata”, è garantito: bancaria tedesca condannata per avere, nel corso degli anni, stornato somme ingenti dai conti dei correntisti ricchi a favore di quelli poveri.

La giustizia formale della legge tedesca le ha appioppato 22 mesi e la condanna a risarcire le sue “vittime”. Ma la giustizia sostanziale, che mai come in questo caso fa a pugni con la sua gemella, non solo l’ha già ampiamente assolta con formula piena ma l’ha già santificata plebiscitariamente sul web (basta farsi un giro in rete per averne conferma)..

E’ inutile, in faccende del genere, appellarsi al rispetto della legge. La legge in questo caso ci fa la figura poco lusinghiera di tutrice dei sudici interessi delle classi abbienti, tant’è che anche il giudice che ha condannato la nostra Robin Hood in gonnella (che alcuni giornali hanno chiamato Erika) ha ammesso di aver avuto non pochi scrupoli prima di emettere la sentenza.

La circostanza che un personaggio come la bancaria in questione assurga ad eroina delle ragioni dei poveri la dice lunga sulla crisi della sinistra europea. Se un episodio da codice penale diventa, nell’immaginario della gente, la concreta e tangibile applicazione dei principi di perequazione sociale propugnati dalle forze progressiste, significa forse che quelle forze hanno perduto per strada la bussola del proprio cammino, impigliandosi nei furbi laccioli del capitale e del mondo finanziario.

E’ davvero così? Riflettiamoci un attimo. Quand’è l’ultima volta che abbiamo sentito un leader della sinistra socialdemocratica europea attaccare certe politiche ammazzapoveri della BCE, come il sadico aumento mensile dei tassi che ha perseguitato le famiglie fino all’anno scorso? Quale governo di sinistra in Europa ha mai avuto il coraggio di affrontare a viso aperto quei santuari economici e finanziari che da sempre sono il metronomo, nel bene e nel male, su cui si fondano le scelte della politica? C’è mai stata crisi per certe categorie sociali (dirigenti delle aziende pubbliche, alti burocrati, clientes e guardaspalle della politica nazionale e locale etc.) dalle remunerazioni faraoniche? Qualcuno a sinistra, a parte gli ultimi nostalgici di Baffone e co., ha mai seriamente preso in considerazione provvedimenti come la tassazione delle rendite finanziarie e la patrimoniale? Qualcuno a sinistra ha mai seriamente intaccato i privilegi e le protervie di quel mandarinato bancario, industriale e assicurativo sui cui domini non tramonta mai il sole?

A memoria d’uomo non si ricorda, per limitarci all’Italia, un esponente di sinistra riformista (diessina, socialista, piddina) che negli ultimi vent’anni abbia detto qualcosa davvero di sinistra, del genere “ ci siamo rotti i ciglioni di vedere Cimoli rovinare le ferrovie a un milione di euro all’anno e gli operai e gli impiegati rovinarsi le suole delle scarpe per ottenere 10 euro di aumento”Anche da quelle parti, invece, è tutto un picio picio miao miao, un suadente corteggiamento di potentati di vecchio e nuovo conio, un muoversi a passi felpati, uno stare attenti pure alle virgole, per timore di dire cose che potrebbero turbare i sonni della gente che conta.

Anche la sinistra, insomma, pare ormai convinta che avere una banca (o un banchiere) sia molto meglio che avere 100 consigli di fabbrica.

Ovvio che con una sinistra così i personaggi come la modesta funzionaria dell’istituto di credito germanico sembrano, all’elettorato progressista, la reincarnazione di tutti i raddrizza torti della storia. Adesso gridano al governo fascista e affama popolo, ma se tornassero sicuramente si sceglierebbero anche loro un ministro dell’economia pronto a digrignare i denti quando si parla di tagliare le imposte al lavoro dipendente ma mansueto come un San Bernardo davanti alle laute prebende dell’elite politica, amministrativa e imprenditoriale o agli sprechi stellari delle cricche di soliti noti che da sempre fanno il bello e il cattivo tempo e i cui maneggi ed intrallazzi costano alla collettività decine di migliaia di euro all’anno

Dicono “ siamo in un’economia di mercato e dobbiamo adeguarci. Le sparate populiste non servono a niente, meglio scendere a patti con chi ha, nel nostro sistema, il coltello dalla parte del manico e provare ad aiutare le classi meno abbienti senza disturbare troppo i manovratori”. Giusto, ma fino ad un certo punto. Fino al punto cioè che non c’è bisogno di privatizzare tutto per far un piacere ai pritani del momento (la prima cotta per le privatizzazioni l’ha avuta la sinistra riformista, non scordiamocelo, e ora con la destra siamo arrivati all’acqua…), che un’autority è un organismo che controlla e sanziona e non un comodo parcheggio per dinosauri in disarmo, che il far west occupazionale oggi dilagante è l’esatto contrario della buona imprenditoria, che forse certi stipendi della politica, dell’alta burocrazia e del management pubblico sono francamente esagerati, che certe categorie professionali, come i notai o i liberi professionisti, forse sarebbe ora che si limassero un po’ le unghie e via discorrendo.

Ma chi ha, tra le fila della sinistra cd “di governo”, il coraggio di affrontare l’Invincibile Armada del Potere, quello con la p maiuscola? Nessuno, un po’ perché della congrega fanno parte oggi anche tanti rappresentanti di quella parte politica e un po’ perché chi ha provato in passato a toccare certi interessi ha fatto un brutta fine. Eppure basterebbe guardare dall’altra parte dell’Oceano per vedere un esempio di sinistra socialdemocratica che non ha paura di essere se stessa: la riforma sanitaria perseguita da Barak Obama è una vera e propria dichiarazione di guerra ad una delle lobby più potenti ed influenti del continente americano, le compagnie assicuratrici. Chiunque abbia letto L’uomo della pioggia di Grisham conosce le storture e le ingiustizie dell’attuale sistema sanitario statunitense e può quindi ben valutare la portata storica del cambio di rotta invocato dal dinamico presidente yankee.

Chiediamoci allora se la sinistra riformista italiana dei nostri giorni avrebbe il coraggio e l’incoscienza di un Obama.Probabilmente no. Basti ricordare in proposito, per restare al tema della sanità, la fine tapina che fece la riforma Bindi, che voleva costringere la classe medica a scegliere tra l’impegno nelle strutture sanitarie pubbliche e la libera professione. Non dimentichiamoci che la categoria dei medici è l’unica categoria di pubblici dipendenti autorizzata a cumulare l’impiego pubblico con l’attività privata. Una palese ingiustizia rispetto agli altri pubblici impiegati e un incentivo ai comportamenti deontologicamente scorretti da parte di sanitari dalla moralità non proprio adamantina (è malcostume diffuso negli ospedali italiani prestare un alto grado di attenzione ai pazienti che sono anche clienti privati dei medici, diversamente da tutti gli altri) Pertanto, un provvedimento come quello voluto dall’allora ministro della Salute avrebbe dovuto essere accolto dai battimani scroscianti di tutte le compagini che formavano l’ esecutivo ulivista. Sappiamo bene, invece, quanti ostacoli e quante defezioni conobbe quel tentativo proprio all’interno dello stesso governo, fino al suo definitivo naufragio (è rimasta celebre la discesa in campo di un pezzo da novanta del baronato medico come Veronesi, peraltro vezzeggiato da sempre dalla sinistra, per impedire che la legge venisse varata)

Ma una sinistra di tal fatta, pavida o corresponsabile, non può pensare seriamente di riuscire ad arruolare la maggioranza dei cittadini sotto le proprie bandiere e rischia di restare per anni nell’anticamera della stanza dei bottoni. Urge un serio ripensamento delle strategie accompagnato da una seria verifica della qualità dei propri ranghi. Meno Calearo e più Cipputi, dunque. Più Stato (efficiente) e meno privato. Più soldi per salari e stipendi e meno per indennità di carica e gettoni a piè di lista. Più scuole, ospedali e sicurezza, meno piazza affari e agenzie di rating.

Forse lei non lo sa o non ne è consapevole, ma l’oscura dirigente di banca tedesca ha messo allo scoperto, senza volerlo, uno dei nervi più sensibili dell’universo riformista nostrano e non vorremmo, proprio noi che pretendiamo le dimissioni immediate di un presidente di regione sol perché frequenta le trans, dover un giorno acclamare come paladina indiscussa dei diritti dei più deboli una che si è beccata quasi due anni di galera per furto continuato.




permalink | inviato da effecar il 26/11/2009 alle 10:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 novembre 2009
Lo smemorato di Saxa Rubra

 

Uno degli aforismi più caustici sul giornalismo che siano mai stati partoriti dalle menti fervide degli epigrammisti nostrani porta la firma di quella linguaccia al curaro di Leo Longanesi, il quale un giorno dichiarò che la migliore qualità di un vero giornalista è quella di spiegare benissimo ciò che non sa.
Dopo aver ascoltato basiti ieri sera il direttore del TG1 tenere agli spettatori  una lectio magistralis di diritto costituzionale per perorare la causa del ripristino dell’immunità parlamentare, verrebbe voglia di aggiungere alla frase dello scrittore ravennate “o ciò che non ricorda”
Non ricorda l’Augusto direttore del TG1 che l’immunità parlamentare non è che sia stata cancellata dalla Carta costituzionale così, con una passata di scolorina, per un capriccio dei deputati di quella travagliata legislatura , ma è stata riformata con una solenne legge costituzionale, la nr. 3 del 1993, ossia con un atto avente lo stesso valore e la stessa dignità giuridica delle norme modificate.
Soprattutto “lo Squalo” non ricorda (o fa finta di non ricordare) che l’immunità degli onorevoli nel 1993 non fu affatto abolita ma semplicemente riformulata per eliminare alcune vistose distorsioni che nel corso del tempo avevano stravolto l’istituto, trasformandolo, da guarentigia delle libertà parlamentari, in un volgare ed inaccettabile privilegio di casta. Nel decennio 1983-1993, caro Minzolini, su 1.182 autorizzazioni richieste le Camere ne avevano concesse appena 246. Un cittadino fiducioso e sprovveduto potrebbe a questo punto pensare che i signori deputati abbiano in gran parte respinto, nel corso di quel decennio, richieste afferenti a reati connessi al mandato popolare. Ma andando a spulciare, tra gli atti parlamentari, le istanze della magistratura rimandate al mittente, lo stesso cittadino si accorgerebbe che la gran parte degli illeciti contestati avevano poco o nulla a che vedere con l’attività politica: truffa, assegni a vuoto, corruzione , peculato…
Dov’è la prona condiscendenza verso i giudici, Minzolini? Dov’è questo Parlamento post 1993 invaso di magistrati, quando è notorio che sono sempre gli avvocati (soprattutto quelli a libro paga Fininvest) a far la parte del leone tra le professioni rappresentate a Palazzo Madama e a Montecitorio?
Ma Minzolini, oltre ad essere il nostro novello Bruneri (o Canella), è anche un pessimo conoscitore della Costituzione (quella vigente). L’attuale art. 68, infatti, non dice affatto che il parlamentare adesso è equiparato al semplice cittadino (magari!), perché richiede tuttora l’autorizzazione della Camera d’appartenenza per la sua sottoposizione a perquisizione personale o domiciliare, per l’ intercettazione delle sue conversazioni o comunicazioni, per il sequestro della sua corrispondenza e per qualsiasi limitazione della sua libertà personale, fatta eccezione per l’esecuzione delle sentenze irrevocabili di condanna e per gli arresti obbligatori in flagranza di reato.
Stupisce poi come un giornalista appartenente ad un’ area politica che da sempre sostiene la necessità di ritoccare profondamente (pro domo Silvio) la Carta fondamentale, si rammarichi per una delle prime riforme del testo originario varate dal Parlamento.
Ma il Minzolini da Collegno, quando riceve una disposizione, come ogni buon soldatino è abituato ad eseguire senza fiatare, si trattasse pure di attaccare le suore del divino zelo. Lo ha già fatto numerose volte dagli schermi del suo tg e lo rifarà chissà quante altre volte ancora, incurante di proteste politiche e ammonimenti del CDA. D’altronde, nel panorama del giornalismo televisivo filoberlusconiano, il direttore del tg1 si è sempre contraddistinto per uno stile da caterpillar, lontano anni luce sia dall’untuosità curiale di un Vespa che dalla partigianeria strapaesana e un po’ naif di un Emilio Fede.
Magro, ieratico, con la pelata e un viso duro e inespressivo che ricorda vagamente quello di un inquisitore domenicano del Santo Uffizio o di un colonnello francese dei parà, ha il dono della sintesi ed è capace di portare acqua al mulino del padrone usando la metà delle parole che adoperano gli altri. Parole secche, inequivocabili, che racchiudono in pochi concetti, come in un bollettino di guerra, tutto il Silvio-pensiero su un certo argomento. Più che editoriali, sembrano comunicati ufficiali di Palazzo Chigi e come tali dovrebbero essere considerati. Così la smetteremmo una buona volta di indignarci della manifesta faziosità del sig. direttore ogni volta che appare in tv, limitandoci a considerare le sue esternazioni come mere propaggini della cabina di regia.
Minzolini, infatti,  in fondo è solo un umile nuncius e chi conosce il diritto privato sa bene che un nuncius non è un vero e proprio mandatario ma la semplice longa manus della volontà altrui, senza margini di autonomia.
Insomma, se si presentasse in tv in basco e mimetica invece che in giacca e cravatta, non ci impressioneremmo più di tanto. Altrettanto non ci impressioneremmo se lo vedessimo, a telecamere spente, alzarsi in piedi e telefonare allo Stato Maggiore, tra sbattere di tacchi, signorsì e via dicendo.
E forse sarebbe davvero il caso che si decidesse a mutare la mise con cui si offre ai teleutenti: si risparmierebbe lui un sacco di critiche e ci risparmieremmo noi un sacco di chiacchere inutili, comprese quelle che formano il contenuto del presente articolo…
 
 
 
 



permalink | inviato da effecar il 10/11/2009 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
9 novembre 2009
Virus A, le domande senza risposta

E’ la peste del XXI secolo, una bufala mediatica o, peggio, un’epidemia sparsa ad arte per volgari ragioni di cassa delle grandi multinazionali farmaceutiche? Niente da eccepire:il virus H1N1, che da mesi impazza su tv e giornali , è sempre più “l’uomo dell’anno”.

I governi hanno mobilitato i loro apparati sanitari, le aziende hanno prodotto in fretta e furia un vaccino venduto a milioni di dosi ai singoli Stati, gli ammalati sono già, da aprile, centinaia di migliaia, e anche le cifre sui morti, purtroppo, sono già nell’ordine di alcune migliaia.

E’ vero che finora è stata un’influenza meno aggressiva e pericolosa di altre ed altrettanto vero è che la maggior parte dei decessi si riferisce ad individui già debilitati da patologie pregresse o dalle particolari condizioni di vita   (pensiamo alla moltitudine di persone che, nel terzo mondo ma anche nei quartieri degradati della grandi metropoli, condivide situazioni abitative, igienico-sanitarie e alimentari tali da indebolire fortemente le difese del sistema immunitario), ma è pur vero che difficilmente siamo abituati a vedere un’influenza così contagiosa e dalla diffusione così rapida.
 
La memoria, pertanto, non può far a meno di correre alle altre pandemie influenzali che hanno flagellato il secolo precedente: la spagnola del 1918, innanzitutto, coi suoi 100 milioni di morti, ma anche l’asiatica del 1957 (quattro milioni di morti) e la Hong-Kong del 1968 (un milione e mezzo circa di morti).
 
La memoria va, dunque, a ritroso e la paura cresce esponenzialmente nella popolazione mondiale. In particolare, tra quella italiana il panico è esploso dopo il decesso di alcuni bambini, uno dei quali sembra  non soffrisse di particolari malattie in grado di agevolare l’azione letale del virus.
 
A fronte dei timori dei genitori, che in questi ultimi giorni hanno intasato studi medici e pronto soccorso, la risposta dei nostri governanti è apparsa però francamente balbettante e inadeguata.
 
L’inadeguatezza e la confusione di chi, invece, dovrebbe tranquillizzare i cittadini e gestire correttamente l’emergenza si è manifestata in ogni aspetto della comunicazione: dalle dichiarazioni contraddittorie sui numeri e sulla pericolosità dell’influenza alla distribuzione del vaccino, che a tutt’oggi latita in molte regioni italiane, malgrado il vice ministro Fazio continui a sostenere che lo Stato lo ha già spedito da giorni a chi di dovere.
 
Ma l’incertezza e i silenzi regnano sovrani soprattutto con riguardo all’argomento più delicato di tutti: la presunta pericolosità del vaccino. Davanti alle obiezioni che fioccano in questi giorni sulla rete e sui mass media in merito alla composizione del vaccino e alla presenza, al suo interno, di adiuvanti banditi negli U.S.A. da tempo e ritenuti causa di gravi malformazioni, la risposta del governo è stata e continua ad essere, ad un tempo, minimizzante e evasiva.
 
Motivo per cui si sta espandendo a macchia d’olio un robusto fronte anti-vaccino H1N1 che rischia, se davvero ad iniettarselo non si corre alcun pericolo per la salute mentre invece l’influenza A potrebbe, da qui alla fine dell’inverno, diventare qualcosa di molto più serio, di provocare danni incalcolabili alla salute dei cittadini, soprattutto a quella dei soggetti più giovani.
 
Gradiremmo, quindi, che il governo e le autorità sanitarie nazionali rispondessero una volta per tutte ed in modo chiaro ed esaustivo alle seguenti domande:
- il famoso squalene e il mercurio contenuto nel vaccino possono o no determinare l’insorgenza, ad anni di distanza, di patologie molto più gravi dell’influenza, come si legge in giro?
-è vero o no che chi si sottopone al vaccino deve firmare una sorta di liberatoria, che esenta lo Stato da qualsiasi responsabilità per le eventuali conseguenze negative sulla sua salute ? E se sì perché, visto che nessuna altra vaccinazione è subordinata ad un simile adempimento?
-perché , se non è pericoloso, non è stato distribuito anche per la vendita nelle farmacie, come il normale virus dell’influenza stagionale?
-perché i medici di base sono in genere contrari e perché sono proprio loro i primi a non volersi vaccinare, malgrado la professione esercitata li esponga quotidianamente al rischio di contrarre il virus?
 
Grazie, Dott. Fazio. Se il suo capo, il Superno Silvio, non risponde mai alle domande, lo faccia almeno Lei. Si renderà conto, spero, che la sua replica odierna ai tanti dubbi e timori della gente sul vaccino, è palesemente apodittica e per nulla illuminante (“il vaccino non è pericoloso”) Servirebbe ben altro, ci consenta.
 



permalink | inviato da effecar il 9/11/2009 alle 13:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 22823 volte




IL CANNOCCHIALE