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ilrompiscatole
28 aprile 2012
Il partigiano Montis

Alzi la mano chi, dopo aver letto che Rigor Montis ha evocato un parallelismo tra la Resistenza ai nazisti e la nuova Resistenza alla crisi , non abbia fatto ricorso a pratiche apotropaiche – da quella più triviale, appannaggio del genere maschile, alle intramontabili corna – ed invocato lari, penati e santi protettori. Perché la Resistenza è stato un gran momento della storia nazionale (uno dei pochi), ma di vittime (vere) ne fece parecchie, da entrambe le parti. E non è molto delicato, in un momento come quello che stiamo vivendo, con le aziende che chiudono, i milioni di disoccupati, i consumi sottozero e le tasse alle stelle, paragonare l’attuale temperie all’epopea dei partigiani. E’ questo il classico messaggio che parte positivo nell’intenzione di chi lo lancia e arriva alle orecchie della gente gravido di ben altri significati, ossia che dobbiamo attenderci morti e feriti. Come se non bastasse il sangue finora versato dai tanti, imprenditori e lavoratori, che si sono tolti la vita. Sempre meno della Grecia però, direbbe Rigor, a cui non difetta di sicuro la capacità di calcolo ( e chissà che non si diletti pure ad elaborare i grafici: passatempi di bocconiano).

Insomma, il prof. sarà pure monotono come gli annunci di arrivi e partenze della stazione, con quella voce metallica da automa caricato a pile duracell, ma in quanto a sortite infelici comincia ad insidiare il primato del suo famigerato predecessore.

Certo, un “culona inchiavabile” all’indirizzo della Merkel non gli scapperà mai (in quel campo Berlusconi è inarrivabile), in compenso però è bravissimo nel tenere la contabilità dei suicidi, come ogni buon ragioniere che si rispetti, e nel compiacersi del fatto che noi siamo ancora lontani da certe cifre.

L’aspetto sconcertante della faccenda è che lui risulta sempre molto convincente anche quando gli scappano corbellerie e indelicatezze come quelle sopra richiamate. Al contrario di Berlusconi, che si sganasciava dalle risate alle sue stesse battute sconce – dando di gomito ai vicini di tavolo – e che sul serio non veniva preso mai, lo sfingeo, imperturbabile docente della Bocconi possiede, tra le altre, la rara dote di suscitare dibattiti e scomodare analisti pure per un colpetto di tosse. Sarà l’aura di luminare dell’economia che si porta dietro, sarà la proverbiale “sobrietà” sua e del suo governo con cui la stampa ci ha fatto due cerchioni così, sarà perché dietro di lui non si scorgeranno mai tette e culi muliebri al vento (una eventualità che i bookmakers di Londra danno a 1/1.000.000.000), fatto sta che viene sempre e maledettamente preso sul serio.

Motivo per cui sarebbe il caso che qualcuno gli insegnasse a sorridere dopo ogni frase inopportuna, per dare l’illusione alla popolazione che, oltre a quello del rigore, dei tagli e delle tasse, gli abbiano implementato pure il chip dell’autoironia.

Oggi,per esempio, ha difeso il bando per l’acquisto di 400 nuove auto blu. E vabbé, avrà pensato tra sé il pizzicagnolo sotto casa (tanto per dire), ormai il bando è fatto e deve pur giustificarlo. Ha aggiunto però che servono per le forze dell’ordine,e qui, tacchete, doveva arrivare la risata:”Stavo scherzando, mo’ lo annulliamo subito sto bando del kairos”.E invece niente. Mmm… E allora il pizzicagnolo pensa: “O questo non sa che macchine servono alle forze dell’ordine o ci sta prendendo per i fondelli”.

La seconda no, perché è risaputo che Savonarola –Monti , al contrario di Joker-Berlusconi, non è tipo da “scherzucci di dozzina” (anche perché poi correrebbe il rischio di esser “gabellato per anti-tedesco”: sia mai).

La prima?Grave, se così fosse. Il pizzicagnolo, dall’alto della sua quinta elementare e col cassetto pieno di bollette e tasse da pagare, potrebbe anche cominciare a dubitare fortemente che i roboanti titoli accademici e gli incarichi internazionali di prestigio del professore siano tutti meritati. Passi per gli altri ministri, Fornero in testa, che con le loro frasi dal sen fuggite si son giocati in 4 mesi il rispetto guadagnato in anni di insegnamento universitario o di calpestio dei piani nobili della burocrazia nazionale, ma se pure Rigor Montis non sa che le nostre polizie necessitano di volgarissime volanti per il controllo del territorio, forse è meglio non pagargliele quelle tasse nel cassetto e che vada in malora lui e tutta la processione di prefiche e vattianti acculturati che si porta appresso.

Così la pensa il pizzicagnolo, intendiamoci. Però al nostro simpatico e inguaiato negoziante vorremmo suggerire una “terza via” , fosse solo per far tornare in gran spolvero un’espressione tanto di moda una volta ma da tempo malinconicamente affidata al museo dei concetti superati. Tra il non sapere su quale tipo di veicolo poggiano normalmente le natiche gli autisti di Polizia,Finanza e Carabinieri e il voler tentare di gabbare i cittadini –elettori incazzati neri per la crisi e le tasche vuote, c’è la fondata possibilità che per Rigor tutto questo in fondo sia normale e che lo scandalo vada ricercato a casa degli scandalizzati. Che sia normale, cioè, che un Paese dove si sono succedute una dietro l’altra manovre per quasi 100 miliardi di euro, dove la pressione fiscale ha raggiunto picchi vertiginosi, a paragone dei quali l’Everest sembra una collinetta, dove i salari e gli stipendi di chi un lavoro fortunatamente ancora ce l’ha (non si sa fino a quando) non bastano a sfamarlo oltre la prima quindicina del mese, che sia normale in un posto così spendere 10 milioni di euro per rinnovare il parco delle auto blu. Delle auto blu. Non delle ambulanze, delle macchine della Polizia (quelle vere), degli elisoccorsi, dei pulmini scolastici. No: delle auto blu.

Come, uno si domanda, e la spending review? Aspetta aspetta…vuoi vedere che questa famosa sforbiciata alla spesa pubblica alla fine altro non sarà che il licenziamento di un po’ di statali e qualche risma di carta in meno nei pubblici uffici? Perché gli altri risparmi questi non sanno nemmeno cosa siano, se hanno il barbaro coraggio, in tempi simili, di lanciare un bando per l’acquisto di ben 400 auto di lusso, tenendo conto anche che sono recidivi, perché reduci dall’acquisto di decine di bombardieri ultramoderni con i quali finalmente potremo riprenderci l’Amba Alagi e Macallè (ecchec…).

C’è una logica in tutto ciò? Sì, il popolaccio non la vede ma c’è. E’ l’equità. Chi si è suicidato finora? Commercianti, imprenditori e dipendenti delle aziende private. Con la spending review che hanno in mente, cominceranno a suicidarsi anche gli (ex) dipendenti pubblici. Giustizia è fatta, i suicidi spalmati salomonicamente su tutti gli strati sociali della popolazione. Su tutti gli strati medio-bassi, ovviamente. L’importante è che siano statisticamente sempre meno di quelli della Grecia…

La missione impossibile è alfin portata a compimento e il mandato rispettato: tutti nella merda. E pazienza se saranno davvero pochi quelli che alla fine si rialzeranno , maleodoranti e desiderosi al più presto di una bella doccia, ma intanto Rigor avrà avuto la sua seconda Resistenza, a Napolitano non verrà più la tachicardia guardando i tg, a Francoforte e Bruxelles si spelleranno le mani dagli applausi e lo spread scenderà perlomeno di 100 punti, risalendo in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza . Un successone. Quasi quasi vien voglia di prolungare l’ agonia…pardon… la legislatura di altri 5 anni. Così, per vedere l’effetto che fa.




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20 aprile 2012
Burlesque

Che dire? Meno male che Silvio c'è. In una giornata di ordinaria foschia italiana, fatta di crisi economica, aziende che chiudono, suicidi da licenziamento, proteste sociali e spread che risalgono, non ci fosse lui a metterci in corpo un po' di buonumore non so come faremmo ad arrivare al giorno dopo. E invece, puntuale come la bolletta del canone a gennaio, eccolo lì che si presenta ai magistrati e, per respingere le loro accuse, non trova di meglio che scomodare il burlesque. 

Ragazzi, il burlesque...Ma chi gliele suggerisce? Secondo me, nessuno: è tutta farina del suo sacco. 
Pensavamo si fosse già superato con la nipote di Mubarak, l' amicizia col padre di Noemi e gli 850 mila euro a Tarantini spacciati per “aiuto ad una famiglia in difficoltà” (difficoltà parecchio grosse, evidentemente) e invece che ti tira fuori sto insuperabile animale da palcoscenico? Il burlesque. Ossia una roba che secondo lui sta a metà strada tra il voyeurismo sporcaccione e l'arte pura. Gli dico burlesque, avrà pensato, così confermo che a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli volavano le mutande e i reggipetti (che tanto ormai è il segreto di Pulcinella) e nello stesso tempo ammanto la faccenda di un'aura di rispettabilità, spacciandola per innocente e “culta” esibizione artistica, visto che trattasi di una tipologia di spogliarello tenuta in gran rispetto da fior di intellettuali.

Manca solo un tassello al suo palmares di minchiate col botto e presumo se lo riservi per l'uscita di scena finale, quella che fa venire giù la platea dagli applausi: l'esibizione di falsi certificati che attestino che le varie Noemi, Ruby , Nicole, Patrizia, Nadia e via discorrendo , sono tutte sangue del suo sangue, figlie naturali frutto di svariati amori di gioventù che il vecchio genitore ha cercato per anni in giro per l'Italia ed il mondo e con le quali, finalmente ritrovate e riunite, amava comporre commoventi quadretti familiari alla ricerca del tempo perduto. E potete star certi che, quando si deciderà a tirarla fuori, dopo la panzana gli scapperà pure la lacrimuccia.

 




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25 marzo 2012
Perché il pubblico non può essere equiparato al privato

Si odono in questi giorni i campanacci assordanti di larga parte della stampa e dei giuslavoristi di scuola liberale (rectius: liberista) che, di fronte alla presumibile esclusione del lavoro pubblico dalla   nuova disciplina dei licenziamenti partorita dal governo Monti, gridano all’universo mondo l’iniquità di una esenzione che sa tanto, a loro avviso, di ingiustificata disparità di trattamento. Ovviamente favoriti in ciò dalla pancia di larga parte dell’opinione pubblica nazionale, la quale, oltre a sconoscere del tutto le regole e i principi che disciplinano il lavoro nelle pp.aa, notoriamente ha una scarsissima considerazione dei dipendenti dello Stato e degli enti pubblici, classificati tutti, indistintamente, come lavativi e parassiti.

Senza volerci qui soffermare sulla singolarità di un approccio al problema che invoca ingiustizia per tutti,invece di pretendere l’estensione delle presunte garanzie del pubblico anche agli altri lavoratori, mi limiterò a segnalare gli insuperabili ostacoli giuridici che (a mio modesto giudizio) si frappongono alla equiparazione totale del lavoro alle dipendenze delle aziende private con quello alle dipendenze della P.A.

Cominciamo innanzitutto col precisare che la (sciagurata ed inutile, ad avviso di chi scrive) privatizzazione del pubblico impiego varata col D.Lgs.29 del 1993, rafforzata con il D.Lgs. 80 del 1998 e definitivamente consacrata dal D.Lgs. 165 del 2001 attualmente in vigore, non ha affatto assimilato il lavoratore pubblico al privato. Prova ne sia che nei pubblici uffici si continua ad accedere per pubblico concorso, modalità d’ingresso del tutto sconosciuta al resto del lavoro dipendente. Così come nei pubblici uffici è impossibile ottenere avanzamenti di carriera e gratifiche per mezzo della mera volutas del datore di lavoro (cd. ius variandi). Senza contare, infine, che alcuni contratti in vigore nel privato consentono ciò che nel pubblico è, in linea di principio , sempre rigorosamente vietato, ossia lo svolgimento di altre e diverse prestazioni lavorative . Si chiama dovere di esclusività. Ho voluto citare le prime tre exceptiones  che mi vengono in mente quando si parla di queste problematiche perché sono tre aspetti da cui si può agevolmente toccar con mano la profonda e inevitabile differenza tuttora esistente tra le due categorie di lavoratori.

Differenza che nasce dal dettato della nostra Carta fondamentale, la quale pretende che i pubblici uffici siano organizzati per legge in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione (art. 97 ,comma primo) e che ai pubblici impieghi si acceda per mezzo di concorso (art. 97 ,ultimo comma) Disposizioni queste da raccordare con il primo comma del successivo art. 98 : i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.

Malgrado il recente D.Lgs. 150 del 2009 abbia di fatto rilegificato gran parte della materia, bisogna sempre ricordare (e in ciò vi è assoluta concordanza di opinioni tra gli studiosi) che la sottoposizione del lavoro pubblico alle regole di diritto comune (rectius : codice civile e relative leggi speciali) è scaturita soprattutto dall’esigenza di ampliare il raggio d’azione e l’incisività della contrattazione collettiva, nella convinzione che un costante e frugifero  confronto tra parte datoriale e organizzazioni sindacali di categoria avrebbe contribuito a aumentare l’efficienza dei processi produttivi nelle pp.aa.

Sappiamo bene che ciò non è accaduto, tant’è che l’ex ministro Brunetta ha sentito l’opposta esigenza di una sterzata in senso rigorista, con una sostanziale restituzione alla legge del rapporto di lavoro pubblico: molte norme del D.Lgs. 165 ora sono qualificate come imperative, il che comporta l’automatica inefficacia di quelle pattizie che dovessero derogarvi, in forza del principio di cui all’art. 1339 c.c.; sono stati aumentati i poteri dirigenziali; si è apprestato tutto un complesso (e francamente farraginoso) meccanismo di valutazione della cd. performance individuale e collettiva; si è rovesciato come un calzino il procedimento disciplinare a carico dei pubblici dipendenti, rendendolo molto più severo rispetto al passato e immune da quelle derive consociative tra sindacati e amministrazione che spesso hanno condizionato l’ irrogazione di sanzioni disciplinari ai pubblici impiegati.

Ed è proprio il procedimento che necessariamente (Corte Costituzionale docet, anche stavolta) deve precedere l’inflizione di ogni punizione di natura disciplinare al travet italiano , la dimostrazione più evidente dell’impossibilità giuridica di parificare in toto lo status di chi lavora nel pubblico con quello di chi è alle dipendenze degli imprenditori privati.

La logica del sistema è semplice da capire: se per l’ingresso e la selezione del lavoratore pubblico la Costituzione impone un vaglio attento delle sue qualità e delle sue competenze e appresta una procedura  (sulla carta) piuttosto articolata (e costosa) , altrettanta attenzione pretende l’ordinamento quando quel lavoratore viene chiamato a rispondere delle conseguenze di suoi comportamenti non conformi ai doveri d’ufficio. Dunque, il procedimento disciplinare prodromico all’eventuale licenziamento appare allo stato ineludibile.

Il governo e il parlamento certamente potrebbero cancellare con un colpo di spugna tutto questo ed applicare pedissequamente in futuro il nuovo art. 18 al pubblico impiego, ma i loro provvedimenti in tal senso andrebbero incontro quasi certamente a censure d’incostituzionalità. Altra via sarebbe quella di abolire preventivamente, con legge costituzionale, l’obbligo del concorso per l’accesso ai pubblici uffici. Una via francamente poco praticabile e comunque foriera di rischi spaventosi per l’imparzialità e la trasparenza dell’azione amministrativa.

Ma senza questo passaggio preliminare, ogni normativa che tendesse a sveltire e semplificare la possibilità di espulsione del pubblico funzionario dall’organizzazione statuale nascerebbe inevitabilmente gracile e destinata alla rottamazione.




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16 marzo 2012
Una paccata di riforma

“Senza accordo, niente paccata di miliardi”. La UE ha fatto scuola: ora anche i membri del nostro governo hanno imparato l’arte del ricatto di bassa lega, da trattativa mercatale: prima la merce, poi i soldi. Nel caso della comunità europea, la “merce” è la macelleria sociale imposta alla Grecia e agli altri Paesi coi bilanci bucherellati; nel nostro caso, la “merce” è una riforma del mercato del lavoro che si prospetta talmente eversiva e lesiva dei diritti dei lavoratori da indurre  persino il mite Bonanni a dissotterrare l’ascia di guerra. I “soldi” sarebbero quelli che il governo, con uno sforzo da padre di famiglia disoccupato che vuol comunque  regalare al figlio l’agognato nintendo,starebbe faticosamente racimolando per garantire la copertura degli ammortizzatori sociali. Strano che gli stessi sforzi non gli pesino quando deve pagare ogni mese ai boiardi di Stato stipendi che orbitano attorno alle lune di Saturno. Ma tant’è.

Piccola curiosità preliminare: probabilmente l’origine del termine “paccata” va fatta risalire alla “pacca”, che a detta del dizionario è un sinonimo di  pezzo, più precisamente “ciascuno dei due pezzi di lardo che si ricavano dalla macellazione del maiale” C’è anche un senso figurato e scherzoso: natica. L’etimo deriva dal longobardo pakka, corrispondente al tedesco  bache : “guancia; coscia (del cavallo); natica”. Soddisfatta la curiosità linguistica, occupiamoci più da vicino del problema, senza farci fuorviare dalle esternazioni del problema. Quando si cura la varicella o il morbillo, si cura la malattia, non l’ eruzione esantematica in sé.

Il problema (a questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti) si chiama Elsa Fornero, detta anche il coccodrillo del Fisca ( fiume che scorre nelle vicinanze del suo luogo di nascita) per la  naturale propensione a piangere dopo ogni pasto.

A vederla sembra la classica prof. di greco e latino, quella brava ma zitella e tanto tanto carogna, che non ride nemmeno davanti a Totò ,Peppino e la malafemmina e appioppa i 4 come se fossero confetti di matrimonio. A  sentirla parlare, invece,  sembra la sorella ancor più carogna della prof. di greco e latino, quella che non ha finito l’università e s’è messa in proprio, per l’ovvia  gioia dei suoi dipendenti , i quali preferirebbero sopportare due calli enormi in entrambi gli alluci dei piedi  piuttosto che trovarsi con la “padrona” per dieci secondi dentro lo stesso ascensore.

Dopo averla vista all’opera negli ultimi quattro mesi,  credo sia ormai un sentire comune il ritenere che a una così si possa  al massimo affidare l’ufficio legale del ministero, non il ministero tutto intero.  Nell’ufficio legale del ministero, i danni che potrebbe provocare sarebbero estremamente contenuti, in quanto la signora si limiterebbe a fornire un parere che spetterebbe poi al ministro accogliere o meno , nel primo caso purgandolo delle intemperanze verbali o delle vere e proprie boutade che sono ormai diventate il fiore all’occhiello della docente piemontese. Ma se la fai ministro son dolori e si sta toccando con mano in questi giorni .Tra l’altro c’è da dire che i piemontesi sono sì gran brave persone ,serie e competenti, ma hanno un difetto: spigolosità per loro è un complimento. I conterranei della Fornero, tanto per capirci, sono gli stessi che, arrivati al Sud dopo l’Unità, non trovarono niente di meglio ,per risolvere la questione meridionale, che mettere la tassa sul macinato, introdurre la leva obbligatoria (che all’epoca durava anni) e reprimere a fucilate  e patiboli il malcontento contadino.

Se però questo è il retroterra della prof., a onor del vero più sabaudo che piemontese, è anche vero che sentirla sproloquiare di “privilegiati”, con riferimento ai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, non dovrebbe allarmare o indignare ma far sorridere di compatimento, come quando sorridono gli studenti a sentire l’arcigna prof. di greco avventurarsi nel racconto di una barzelletta che solo lei può trovare divertente. In un Paese di privilegiati veri e intoccabili (manager pubblici e privati, politici e relativo sottobosco, pensionati d’oro, grand commis di Stato, grandi corporazioni economiche e finanziarie, liberi professionisti dalle parcelle milionarie), è cabaret allo stato puro il solo pensare che si possa affibbiare lo stesso appellativo a gente che porta a casa, sì e no, salari che difficilmente superano i 1200 -1300 euro, che ingaggiano ogni giorno un’ impari lotta contro tasse, bollette e caro-vita  e che stappano una bottiglia di fragolino (altro non possono permettersi) ogni volta che raggiungono indenni, loro e i loro familiari, il traguardo della fine del mese.

Forse solo Marcello Lippi è riuscito a partorire una battuta più spiritosa di questa quando nel 2010 dichiarò che partiva per il Sudafrica per rivincere il campionato del mondo di calcio.

Ma se fossimo certi che la prof. ogni tanto le spara grosse per stemperare l’atmosfera plumbea di questi anni di crisi, la potremmo chiudere là. Il problema è che la Fornero pare sinceramente convinta di quello che dice, il che ci impedisce di seppellirla con una risata. Anzi, c’è ben poco da ridere se la titolare del dicastero del welfare  è davvero convinta che il posto fisso è ormai un reperto archeologico (per gli altri, non certo per lei e la sua prole) e che i lavoratori a tempo indeterminato sono dei “privilegiati” sol perché esiste tuttora una norma- di certo risalente alla fine del giurassico- che impedisce i loro licenziamenti in assenza di una giusta causa.

Di questo passo ormai c’è da aspettarsi di tutto, dall’abbattimento dei vincoli e delle tutele per il lavoro minorile all’aumento indiscriminato dell’orario a parità di retribuzione. E se i modelli a cui si ispirano i nostri illustri politici ed economisti di matrice liberista, in nome della “crescita” e della  “competitività”, sono (come purtroppo sembra) quelli di nazioni come la Cina e gli altri  paesi asiatici, dove la gente sgobba in fabbrica 20 ore al giorno per un piatto di minestra, aspettiamoci pure, perché no, la reintroduzione a breve dell’istituto della schiavitù, magari sotto le mentite spoglie della concessione del vitto e dell’alloggio al posto del vile denaro, quale contropartita della prestazione d’opera e con la scusa di liberare le famiglie degli operai e degli impiegati dal fardello del mutuo o dell’affitto.

Tutto è ammesso , tutto è lecito nell’Europa della deregulation selvaggia e dei diritti spacciati per privilegi. Allegria, come diceva qualcuno.




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19 agosto 2011
I sommersi e i salvati

 

In un articolo dai toni ferocemente antifrastici apparso oggi su Repubblica, Ilvo Diamanti sottolinea con forza la distanza della gente comune da Trichet, dalla BCE, dagli spread, dal FTSE o come diavolo si chiama e da tutto ciò che invece da giorni riempie le prime pagine dei giornali e dei telegiornali: il collasso delle Borse occidentali per i timori di una nuova, devastante recessione.
E’ normale che questo accada, meno normale è che nessuno faccia qualcosa per far capire all’uomo della strada che il default di una nazione europea o una ripresa economica piatta sono iatture che avrebbero un riverbero immediato sulla sua vita di tutti i giorni.
Non lo dovrebbero avere, a rigore, perché questa è una crisi, lo ripetiamo da anni come una litania, nata nel cuore del potere economico e finanziario europeo e americano ma i cui costi, come da manuale, si son voluti far ricadere pesantemente sui cittadini e sulle piccole e medie imprese.
Si chiama “socializzazione delle perdite” e l’espressione sintetizza uno dei capolavori del Leviatano capitalista, forse la sua migliore trovata. Si gioca con i soldi allegramente e spericolatamente, si realizzano grandi fortune private e poi, quando il castello di cartapesta comincia a scricchiolare, si abbandona velocemente l’edificio lasciando che siano i passanti e gli inquilini del piano terra a prendersi in testa i cocci: licenziamenti di massa, contrazione dei redditi, aumento dell’imposizione fiscale, tagli ai servizi.
Quando il banchiere o lo speculatore di turno vuole comunque conservare l’ufficio all’ultimo piano con vista mare, ci pensano gli Stati cosiddetti sovrani a salvarglielo ed è ciò che è accaduto nel 2008 dopo Lehman e Brothers.
Oggi , dopo che quegli Stati si sono indebitati fino al collo per tirar fuori dai guai banche e finanziarie, i beneficiati hanno iniziato a insultare i benefattori, accusandoli di essere spendaccioni e dissennati. Motivo per cui, se vogliono ancora trovare un pollo che gli acquisti in borsa i titoli, quegli Stati devono far piangere lacrime amare ai propri consociati, tagliando la spesa sociale, congelando le retribuzioni, privatizzando (leggasi: svendendo) il patrimonio pubblico.
E’ inutile che esimi economisti si affannino a spiegarci le colpe del sig.Rossi e di chi l’ha governato per la temperie attuale che s’attraversa: il sig.Rossi non ne capirà un tubo di spread ma sa benissimo che non sono i servizi pubblici che gli garantisce lo status di cittadino ad aver provocato il marasma nei conti dello Stato. Per quei servizi il Rossi, lavoratore dipendente o autonomo onesto, paga già fior di tasse, le quali, se ben adoperate, dovrebbero essere bastevoli a coprirne i costi.
Il problema del sig. Rossi,casomai, sono i troppi signori Bianchi con panfilo ormeggiato a Montecarlo che dichiarano redditi inferiori a quelli di una centralinista di call center e i troppi politici lautamente stipendiati che in sede locale o nazionale usano il pubblico denaro per avviare opere faraoniche e inutili e per piazzare amici e parenti nella pletora di enti, società partecipate e consorzi nati dalla fervida fantasia del nostro legislatore. Il problema del signor Rossi sono gli sperperi miliardari di una classe dirigente dalle ganasce insaziabili, a cui non è sufficiente godere di mille privilegi e di retribuzioni e pensioni da favola e che persiste, indifferente a tutto e tutti, a inzaccherarsi con logge e cricche, ad assumere a peso d’oro, per onorare scellerati patti clientelari, consulenti inutili e spesso pure mediocri, a regalare, con la scusa della privatizzazione (idolo totemico dei nostri anni), pezzi di cosa pubblica ad imprenditori collusi con la politica, di cui finanziano generosamente vizi e sfizi, certi, da buoni predoni del bene collettivo, di potersi rifare con gli interessi sulle gracili spalle degli utenti.
Ogni mese, per aggravare i problemi del signor Rossi e far sì che la bettola continui a mescere vino, lo Stato mette all’asta i suoi Bot. E siamo pure tutti contenti quando l’asta va bene, perché così ci ha insegnato una informazione vassalla e compiacente. Dovremmo invece strapparci le vesti, perché ogni asta di Bot significa ulteriore debito pubblico e ulteriore ravvoltarsi   del Paese nelle spire mortifere del boa conscriptor bancario e finanziario.
Il mandarinato economico internazionale oggi infatti detta le regole agli Stati e sono le solite, trite regole liberiste che ci hanno condotto sull’orlo dell’abisso: Stato minimo, privatizzazioni, alienazione del patrimonio pubblico, tagli al welfare, alla sanità, alla previdenza, libertà di licenziamento, blocco delle retribuzioni dei ceti medio-bassi, ormai inchiodati a livelli reddituali da sussistenza. Addirittura qualcuno è arrivato all’insolenza di chiedere ai greci in garanzia il Partenone.
Lo Stato-amministrazione, incapace di rinunziare agli ozi di Capua suoi e dei suoi esponenti e ancor meno di far pagare il giusto a chi non ha pagato mai,  obbedisce come un soldatino, ben consapevole di non aver più margini di autonomia. Lo Stato-comunità assiste attonito al franare del terreno sotto ai suoi piedi,senza neppure capire bene perché debba soffrire lui per lo scialo degli altri.
Dove ci porterà tutto questo? Non bisogna chiamarsi Fitoussi né avere la palla di cristallo per intuirlo: o ai forconi in piazza o al medioevo prossimo venturo o a entrambe le cose.
Si può cambiare la profezia? Forse sì, forse siamo ancora in tempo, ma servirebbe un rovesciamento radicale della prospettiva. Finora ci hanno illuso che la ricchezza di pochi può generare il benessere di molti. Vecchia ricetta liberista, da Api di Mandeville, che fallisce puntualmente da secoli e puntualmente viene riproposta. In America da sempre è un credo, in Europa lo sta diventando. Invece le risorse sono quelle che sono e quando la concorrenza del mercato globale e le disinvolte acrobazie della finanza bucaniera generano il patatrac, la scialuppa di salvataggio sono sempre e soltanto le terga dei soliti noti.
“Paghi di più chi più ha” è lo slogan di Obama, della nostra sinistra e di adorabili matti stramiliardari come Warren Buffett. Sembrerebbe la cosa più logica da fare, invece è un’idea dura ad attecchire, basti pensare al trenetico grottesco intonato da giorni per la superirpef dell’ultima manovra sui redditi da 90 mila euro in su. Non risulta siano mai stati organizzati cori funebri, invece, su tutti gli altri provvedimenti recessivi che da anni tagliano risorse alla pubblica amministrazione e alle famiglie, ai pensionati, ai precari, ai disoccupati. Novantamila euro lordi all’anno corrispondono  a  4500 euro netti al mese. A fronte di tale reddito di tutto rispetto, le tasse in più che dovrebbero pagare questi contribuenti ammontano all’incirca a quindici euro al mese. Francamente non si vede dove stia lo scandalo. E’ certamente iniquo, considerando il livello spaventoso di evasione che c’è nel nostro Paese, che a sopportare l’ennesimo giro di vite fiscale siano chiamate persone che comunque hanno sempre versato all’Erario fino all’ultimo centesimo , ma dato a Cesare quel che è di Cesare oltre non ci si dovrebbe sporgere. Sennò si rischiano il ridicolo e le torte in faccia.
 
 



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22 luglio 2011
Redde rationem

C’è sempre un momento, nella Storia, in cui un gesto simbolico o un episodio di per sé insignificante  solcano il confine tra un prima e un dopo, mettono la parola  fine a  imperi, fortune individuali, assetti politici e sociali. L’impero romano d’occidente non è finito con la deposizione di Romolo Augustolo da parte di un Odoacre qualunque: a ben guardare, bisognerebbe tornare indietro perlomeno di qualche decennio, a quella battaglia di Adrianopoli del 380 d.c. che vide la disfatta e la morte dell’imperatore Valente ad opera dei Goti. Così come la Bastiglia non sancì la fine dell’ancient regime in Francia, dovendosi piuttosto risalire alla morte di Luigi XIV e all’avvento dell’era dei lumi. Tuttavia, comodità espositive e pigrizie didattiche agganciano sempre il cambiamento ad un momento particolare, ad un fatto che per la sua carica suggestiva dia la misura evidente del crollo di qualcosa e del sorgere, in suo luogo, di qualcos’altro.

Il voto di ieri della Camera sull’arresto del deputato Papa questa carica suggestiva, questa dirompente valenza di punto di non ritorno ce l’ha tutta. Eppure sappiamo bene che la lunga parentesi di predominio di Berlusconi e del berlusconismo nella politica e nella società italiane non è finita con le manette ai polsi del suo onorevole. L’anabasi ha origini molto più lontane nel tempo. Ma il viso annuvolato del premier  e la stizza palesata da quel pugno tirato rabbiosamente sul tavolo danno la misura del disfacimento di un sistema di potere che sembrava inossidabile, incerato a tutte le Ruby e a tutte le cricche di questo mondo.

Invece  la seduta di ieri ha rivelato per la prima volta agli italiani quanto lo sgretolamento del monolite di Arcore sia arrivato ad un punto in cui nemmeno i più  arditi interventi di restauro potrebbero evitarne lo sfascio. Gli Scilipoti non si trovano dietro l’angolo e nemmeno i deputati  d’opposizione col mutuo da prosciugare. Berlusconi, da questo punto di vista, ha già raschiato abbondantemente il fondo limaccioso e graveolente della pentola. La minaccia ora non arriva più dalla secessione di una quota minoritaria di esponenti del PDL ,  alcuni dei quali, però, sempre sensibili ai richiami e alle leccornie della mensa paterna. Stavolta l’attacco arriva da un fronte, quello della Lega,che Berlusconi da anni non giudicava più pericoloso per il suo scanno, convinto della solidità della leadership di Bossi e della lealtà di quest’ultimo.

 

Dove vuole arrivare Maroni? Le recenti polemiche con Tremonti e l’atteggiamento inflessibile verso i letamai politico-affaristici scoperchiati dalla magistratura indicano che  un eventuale esecutivo Maroni sarebbe certamente un esecutivo senza il PDL. Dunque, un ribaltone. Esecrabile come tutti i ribaltoni e al contempo ormai indifferibile se si vuole evitare che insieme a Berlusconi collassi anche un intero Paese.

 

E’ il paradosso italiano che si riaffaccia puntualmente sulla scena ogni volta che lo Stivale tocca il fondo: violare le regole per salvare le regole, stravolgere lo stato quo per evitare guai peggiori. Una patologia scritta nel DNA di questa nazione  che nessun genetista è ancora in grado di guarire.

 

 




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19 luglio 2011
Le truffe del “caro estinto” e gli sfarzi del “caro onorevole”

 

L’ hanno chiamata, con l’icastica e sapida ironia tipica di certe inchieste giudiziarie a largo raggio, operazione “Caro estinto”. Dopo mesi d’indagini , la Guardia di Finanza di Palermo ha denunciato 441 persone colpevoli, secondo i capi d’accusa, di aver continuato tranquillamente ad intascare, per anni, le pensioni di congiunti ormai da tempo morti e sepolti. In qualche caso con dichiarazioni mendaci, il più delle volte semplicemente tacendo agli uffici competenti l’avvenuto decesso del titolare della pensione.

Una notizia come le altre, dirà qualcuno. Di pentole del genere nel Bel Paese se ne scoperchiano in continuazione, spie di una diffusa e inestirpabile illegalità spiccia che da noi, più che altrove, pare non conoscere moratorie e meno che mai regressioni. Una illegalità, si badi bene, ancor più insidiosa perché praticata con disinvoltura da soggetti solitamente estranei ai classici ambienti criminali. Una illegalità, insomma, da “banda degli onesti”, da persone normali che in linea di massima rispettano le leggi, ma che, vuoi per bisogno, vuoi perché da noi gli apparati di controllo fanno acqua da tutte le parti, decidono ad un certo momento di approfittare dell’occasione che gli si presenta per intascare,  quasi sempre a danno dello Stato, denaro o altro genere d’utilità che  a loro non spetterebbe.

Ma la notizia fa singolarmente paio, oggi, con l’altra della pubblicazione in rete della sconfinata prateria di privilegi, alti introiti mensili e provvidenze varie di cui gode in Italia il ceto politico. Che si tratti di bufala o meno, che le informazioni  siano già note o meno all’opinione pubblica, importa poco: ciò che il precario incazzato (vero o fasullo che sia) va pubblicando di minuto in minuto su  FB ha risvegliato immediatamente nella popolazione quell’acre sentimento di rabbia e frustrazione verso la politica che il celebre libro-inchiesta di Stella e Rizzo aveva suscitato un paio d’anni fa. In ciò ha certamente influito la manovra economica fresca d’approvazione, una manovra in cui, usando due  intollerabili pesi e misure, da un lato la politica ha colpito profondamente e selvaggiamente la vita stessa  degli italiani e delle loro famiglie e dall’altro, mostrando ben diverso approccio e clemenza, ha rinviato sine die la sforbiciata alle spese e ai proventi suoi e delle migliaia di “miracolati” del suo elefantiaco indotto. 

Ma, al di là delle prevedibili e sacrosante indignazioni popolari per supersconti, compensi, pensioni d’oro e agevolazioni varie di cui beneficiano in Italia gli esponenti della politica e i loro amici e parenti, ho avuto  l’impressione che stavolta il motore della collera del cittadino medio sia andato in ebollizione soprattutto per la scoperta  (bisognevole ovviamente di adeguati approfondimenti nelle opportune sedi) che i signori deputati, similmente a quelle decine di palermitani che hanno truffato l’INPS, hanno anche il vezzo di denunziare furti fasulli (per intascare il premio assicurativo)  e di farsi spedire fasulle lettere minatorie per ottenere auto blu e scorta.

L’uomo della strada si potrà  anche arrabbiare fino al parossismo per una politica che continua a fagocitare miliardi di denaro pubblico mentre chiede gravi sacrifici alla gente comune, ma va letteralmente in orbita quando s’accorge che anche una categoria che di certo  non ha l’affanno di arrivare a fine mese, è dedita a pratiche pitocche degne dei raggiri di un imbroglioncello da basso napoletano.

Ecco il puntum dolens, ecco il busillis: è nato prima l’uovo o la gallina? La notoria e diffusa anomia italica, quella callidità  di bassa lega, quella furfanteria sciagurata e maldestra che gli italiani sembrano  suggere fin dalla nascita insieme al latte materno e che ci classifica da sempre, in Europa, come uno dei Paesi meno affidabili, è propria dei cittadini o è indotta dai cattivi esempi di chi, posto al vertice della cosa pubblica, dovrebbe proiettare di sé e della carica che riveste ben altra immagine e ben altro decoro?

Se la risposta giusta al quesito è la prima, c’è poco da stare allegri: un popolo fondamentalmente incline all’inottemperanza delle regole eleggerà sempre dei rappresentanti altrettanto cialtroni e lestofanti.

Se la risposta giusta è la seconda (e in questa sede vogliamo credere, per carità di patria, che lo sia) , allora è arrivata l’ora di aprire le finestre del Palazzo ed arieggiarne le stanze. Il che non significa buttare alle ortiche sessant’anni di parlamentarismo e di democrazia, come paventano coloro che sono ostili per principio al fenomeno della cd. antipolitica . Meno che mai vuol dire che “sono tutti uguali” e pertanto tutti meritevoli dell’ implacabile vendetta divina. Anche perché, mettiamocelo in testa una volta per tutte, c’è antipolitica e antipolitica: c’è l’antipolitica finalizzata alla messa in liquidazione dello Stato democratico, per far spazio agli “uomini della Provvidenza”, e c’è l’antipolitica che si batte per la “buona politica”, l’antipolitica che vorrebbe lucidare il pavimento e pitturare le pareti non per vendere meglio l’appartamento ma per la salubrità  e il benessere di chi ci vive.

Questa antipolitica costruttiva, a cui aderiamo pienamente, non auspica di certo le Bastiglie. Le Bastiglie all’Italia non servono: dopo le Bastiglie viene il terrore e dopo ancora Napoleone.

All’Italia serve una classe politica sobria, seria e onesta fatta di gente sobria, seria e onesta che metta le proprie competenze e il proprio impegno al servizio della collettività. Puramente e semplicemente. Nessuno, poi,  invoca il saio monacale per costoro: la politica in democrazia costa e i suoi officianti devono essere ben remunerati, anche per evitare pericolose derive plutocratiche che ci riporterebbero all’“Italia dei notabili” post-unitaria.

Ma una politica come quella italiana che sperpera i soldi pubblici in maniera dissennata (è stimato in ventiquattro miliardi l’anno il suo costo complessivo: mezza finanziaria tremontista), che non rinunzia a sudici contuberni con poteri opachi o malavitosi , che non si nega  lussi e sollazzi preclusi a tanti altri, che si circonda di migliaia di cicisbei e liberti ossequienti e ben pasciuti, che si concede stipendi dieci o venti volte superiori a quelli normalmente percepiti dagli altri “servitori”dello Stato, che si crogiola lascivamente nelle  sue mille  immunità e impunità , non ha e non potrà mai avere l’autorevolezza per imporre alcunché al resto della cittadinanza, fosse pure l’aumento di un centesimo della tassa sui cani.

Far finta di nulla, aspettare che lo tsunami del  rancore popolare si acquieti, vuol dire non aver capito niente dell’andazzo delle cose in questo primo scorcio del XXI secolo e delle sue gravi ricadute sugli umori collettivi. Oggi non è più possibile, per la politica, salvaguardare le proprie sinecure e tacitare l’insoddisfazione dei governati distribuendo posti pubblici o sovvenzioni e sussidi d’altro genere. Quei tempi sono (fortunatamente) finiti, anche se sostituiti da una intollerabile supremazia, sugli Stati  e sulla loro sovranità , della finanza internazionale e dei suoi capricci. Tuttavia resta il fatto che i conti pubblici in Europa sono una cosa maledettamente seria e chi ha la responsabilità di un Paese membro della UE non può non tenerne conto. Proprio per tale ragione, chi è chiamato a scelte dolorose per tentare di far quadrare i bilanci non può tirarsi fuori dalla mischia, non può dire “io no, io sono esente”.

E invece proprio questo la politica italiana ha fatto negli ultimi anni: pressata dal rigore preteso dalle autorità comunitarie, ha  deciso di risparmiare sulle briciole ai  mendicanti che s’affollano alla sua mensa continuando però a banchettare allegramente, tra bevute, schiamazzi, risate  e palpeggiamenti licenziosi a compiacenti “etere” di turno. Un convivio volgare e sguaiato, un pranzo di Trimalcione che ha poco o nulla a che vedere con le necessità della macchina istituzionale e che è proseguito imperterrito tra le macerie di un Paese dove il termine “macelleria sociale” non è più l’allarmistico presagio di  una minoranza visionaria ed estremista.

 

 




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21 aprile 2011
Meno male che Giulio c'è
           

Si sapeva già, ma ieri ne abbiamo avuta la conferma: al ministro dell’economia Tremonti, detto anche il Colbert della Valtellina,  l’esecutivo del bunga bunga comincia ad affidare incarichi ben più complessi di quelli di semplice cerbero dei conti pubblici.  Visto che certe cose, se le dicesse il clown di Arcore, susciterebbero ormai solo pernacchie e commiserazione, mandano avanti lui così all’uditorio non vien da ridere.

Qual era uno dei crucci maggiori dei soci della Mignotte&Papponi s.p.a. che  ci governa? I processi del socio di maggioranza? Certo, ma lì rimediano da soli, come s’è visto. Le fughe dei suoi parlamentari verso altri lidi? Non più, l’emorragia è stata bloccata a suon di prebende e quattrini dalla cassaforte senza fondo del socio di maggioranza. La disoccupazione e la crisi economica? Ma va là. L’immigrazione clandestina dal nord-Africa? Neppure. Il cruccio maggiore era, fino a stamattina, l’ostilità palese e ribadita di una categoria sociale del cui sostegno la s.p.a. in questione non può fare a meno: la Confindustria. Ad ogni proposta di rilancio dell’economia avanzata dal governo, la Pippi Calzelunghe che dirige l’organizzazione degli industriali italiani, per gli amici Emma Marcegaglia, se ne spuntava con un dispettoso e acido discorsetto demolitorio che mandava in analisi Pinguino e i suoi più fidati complici…pardon…collaboratori. Fino al punto che un parente stretto della Marcegaglia, quel Montezemolo odoroso di Fiat, colonia costosa e bolidi di formula uno,non s’è fatto avanti per proporsi come alternativa politica allo sfeniscide e ai suoi amici.

Candidatura pericolosissima per lo sfeniscide, quantunque accolta con prevedibile freddezza dalla gran parte di coloro che dovrebbero sostenere questo Batman  di Maranello nella riconquista di Gotham City, perché smonterebbe uno dei castelli di carta su cui ha costruito il suo impero di balle spaziali: quello di essere espressione del ceto produttivo del Paese, mallevadore in sede politica degli interessi del capitale e dell’imprenditoria nazionale.

La vecchina con la pensione sociale e l’ufficiale giudiziario dietro la porta per lo sfratto- avrà pensato Pinguino-pure se ha storto il musetto raggrinzito a vedermi sciare beato fra tette e culi, me la ricompro facilmente con un paio di barzellette e qualche altro etto di tv spazzatura, ma questi qui hai voglia a menarli per il naso. Questi sono quelli che da qualche altra parte si chiamano “grandi elettori” e non te li puoi mica perdere così.

Detto fatto, a chi affidare l’arduo compito di sciogliere i cuori di pietra dei capitani d’industria? Chi oggi, nell’entourage governativo, ha l’autorevolezza per dire certe cose senza tirarsi dietro, anche se in senso figurato, pomodori san marzano e cicoria romana? Ma l’amato-odiato Giulio, ovvio. Il quale nella sostanza è un ballista non meno facondo di lui, ma con la differenza che le balle sue hanno l’aura della credibilità. Tremonti, a parte l’abilità da giocoliere con bilanci e rendiconti, ha infatti  il dono di spararle grosse né più e né meno del suo presidente, lasciando però il pubblico con la fastidiosa impressione che quello che ha detto potrebbe pure essere vero.

Ecco dunque che ieri mattina, dopo averci rassicurato che la manovra correttiva che verrà sarà pic indolor  come le siringhe (e dunque cominciamoci a toccare i benemeriti), il Giulio senza gobba della politica nostrana ha regalato agli imprenditori un uovo di Pasqua gigante che manco la fabbrica di Dahl riuscirebbe a fare più buono, dichiarando che deve cessare l’oppressione del fisco sulle aziende. Non pago del botto, ha poi affermato solennemente che tra i diritti inviolabili dell’uomo, sanciti dalle convenzioni internazionali e dall’art. 2 della Costituzione, ne esiste uno fino adesso sconosciuto, quello di mandare a cagare gli ispettori dell’agenzia delle entrate e gli altri pubblici ufficiali che effettuano controlli amministrativi nelle aziende.

Da ora innanzi, dunque, l’industriale “vessato” dalle continue verifiche potrà invitare, cortesemente o meno, i controllori a ripassare più tardi- fra un mese, fra un anno,  il tempo necessario per imbrogliare un po’ di fatture e di registri, insomma- o a non ripassare affatto.

Immaginiamo lo stupore e la gioia dei destinatari del messaggio. Se l’epocale riforma del fisco a cui sta alacremente lavorando (dice lui) il divo Giulio sta tutta qui, nel ridurre all’osso i controlli fiscali alle ditte e nel legittimare  lo ius vaffanculis dei contribuenti all’indirizzo dell’erario e di chi lo rappresenta, si mettano l’animo in pace tutti coloro che speravano in un abbassamento della pressione tributaria sul lavoro dipendente e sulle famiglie. Di quello, infatti, parla il progetto di riforma elaborato dal PD, che a detta del ministro dell’economia non supererebbe il lifetime di 10 minuti all’Eurostat. Tradotto dal tremontese, significa che l’evasione fiscale sarà libera di salire fino ai bastioni di Orione e alle porte di Tannhauser  , perché tanto a metterci la pezza ci penseranno i cedolini dei soliti fessi. Per i quali, se dovessero lamentarsi oltre il lecito, c’è sempre pronta una strimpellata di Apicella al chiaro di luna, un reality ancora più demenziale del solito  o il sorriso durbans del Capo Banda che, affacciandosi in tv, racconta quale fortuna abbiano avuto i fessi ad avere lui come presidente del consiglio e quale iattura calerebbe sulle loro teste se putacaso dovessero cambiare opinione.




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23 dicembre 2010
"Noi poliziotti, in divisa senza odio" -La lettera e il commento

DAL    CORRIERE DELLA SERA DEL 19-12-2010

LA LETTERA

 “Noi poliziotti, in divisa senza odio”

Io sono un poliziotto del Reparto mobile. Io c’ero martedì scorso. Ero a piazza del Popolo. A piazzale Flaminio. Ero sui mezzi  a correre dove c'era bisogno. Ero ad ascoltare la radio, le richieste di aiuto dei colleghi in difficoltà.Ho letto i giornali. I gruppi di Facebook e i commenti su Internet. La lettera di Saviano e gli editoriali dl prestigiose firme e i commenti di gente normale. Vorrei poter  dire che cosa si prova quando si è in piazza. Vorrei non dover leggere (tutte le volte) che i poliziotti scendono con l'animosità di chi si trova un nemico davanti. Noi non abbiamo nemici precostituiti. Noi non abbiamo nessuna voglia di menare le mani  né tanto meno di regolare dei conti. E quando leggo certe cose mi domando sempre: ma davvero c'è qualcuno che pensa che chi esce per lavorare lo faccia con la speranza  di dover fare a botte? Noi lo sappiamo clic oltre all’incolumità fisica rischiamo un avviso di garanzia o una indagine interna nel caso si sbagli. La maggior parte di noi è sposata e ha figli. Vi immaginate casa prova quando gli dicono «è un atto dovuto. Nomina un avvocato». Io non dico che noi non -sbagliamo mai. Sbagliamo. Io sbaglio. Ma vorrei con tutto il cuore che chi è chiamato, giustamente, o giudicare i nostri errori vivesse una giornata insieme a noi. Perché quando senti urlare per radio «ci stanno massacrando» e riconosci la voce di uno dei tuoi amici ti vengono i brividi. Perché nel cuore di tutti noi c'è il pensiero di poter essere quel finanziere solo a cui tolgono il casco. E perché è un attimo che qualcuno ti salga sulla testa e ti spenga per sempre. Alla violenza non ci si abitua  mai. Ricordatevi di Filippo Raciti . E’ morto per un colpo, che  gli ha distrutto il fegato. Non per un colpo di pistola. Un sampietrino, un colpo di spranga, una rnolotov… possono uccidere. O lasciare segni che non passeranno mai. Sono un uomo come  tanti. E faccio il poliziotto. Non sono il poliziotto migliore che ci sia. Forse ho colpito gente che non lo meritava. Ma io mi sono voltato a guardare piazza del Popolo dopo averla liberata dai manifestanti. E ho visto le carcasse dallo auto bruciate, le vetrine infrante, la strada devastata, i monumenti imbrattati. E già sapevo che qualcuno avrebbe detto... «ma la Polizia perché ha permesso tutta questo?» o anche «è successo perché i poliziotti hanno provocato». E sentivo il numero dei poliziotti feriti che saliva. Per me dietro a ogni ferito c'è un nome e un volto. 57 feriti è statistica. 57 uomini sono 57 storie. Voi avete tutto il diritto di guardare al nostro lavoro con spirito e senso critico. Non mi voglio sottrarre alle valutazioni sulle mie azioni. Ma vorrei non venisse consentito a nessuno di giudicare il mio anima. Internet è pieno dei volti di manifestanti che raccontano di aver subito violenze da parte  nostra. Alcuni hanno del sangue. Su internet non trovate i nostri volti. Le nostre ferite non le ostentiamo. Noi. Che non siamo diversi da «voi». Che non odiamo ma possiamo avere paura. Che non vorremmo  dover colpire ma a volte dobbiamo farlo. Che mercoledì 22 saremo ancora in piazza. E sui mezzi che ci portano ore prima sui luoghi più caldi ci diremo che mancano tre giorni a Natale. E che... al ritorno... speriamo di essere tutti e di non dover pensare che c'è un collega a cui far visita in ospedale. Ora dovrei mettere un nome. Ma vi ho scritto cosa faccio, non chi sono. Per questo mi firmo...          

Un poliziotto

 

IL COMMENTO

Di fronte ad una lettera del genere bisognerebbe astenersi dal fare commenti, perché si rischia di scadere , a seconda delle opinioni del commentatore, nell’agiografia di chi difende sempre e comunque le forze dell’ordine o nella derisione di chi, al contrario, ritiene che poliziotti e carabinieri in ordine pubblico abbiano sempre e comunque torto. Le analisi del primo tipo appartengono  solitamente a coloro che professano ideologie conservatrici; le analisi del secondo a coloro che,all'opposto, militano in formazioni  di sinistra o di estrema sinistra.

Pur tuttavia, è impossibile sottrarsi ad un giudizio, non fosse altro per rispetto all’agente che ha ritenuto doveroso scrivere questa lettera al Corriere. Una lettera che, comunque la si pensi, non si può non definire bella, di quella bellezza che prescinde da valutazioni lessicali e che si guadagna tale appellativo soltanto in forza della sincerità che promana dalle parole. Ed è una lettera bella non soltanto perché se ne percepisce immediatamente la schiettezza ma anche perché apre uno squarcio su un mondo ,quello degli operatori della sicurezza, che troppo spesso nell’immaginario dei cittadini assume  le forme distorte e distorcenti del preconcetto, positivo o negativo che sia.

Normalmente, chi sconosce la realtà delle forze dell’ordine si prefigura infatti o un ambiente da fitcion televisiva, con investigatori democratici e integerrimi che rispettano la regola e la fanno rispettare e che non deviano mai, neppure per sbaglio, dalla strada maestra, o al contrario un ambiente da milizia repubblichina, con le grida dei torturati che salgono dai seminterrati e le risate sguaiate degli sbirri che le ascoltano dal piano di sopra. La realtà, invece, è molto più complessa e odora  sovente  di quel “sangue” e di quella “merda” con cui un politico anni fa  definì gli ingredienti basici della vita politica. Ma se il sangue e la merda della politica sono metaforici, quelli dell’attività di Polizia talvolta non lo sono affatto. E sono un sangue e una merda fatta di ore passate sopra una volante,  a pedinare un sospettato, a ispezionare un luogo, ad ascoltare un nastro, a litigare con un superiore ottuso, a guardarsi le spalle, perché no, da un collega di cui non ci si fida troppo. Sono il sangue e la merda che si lasciano sul terreno quando qualcuno, mafioso, terrorista o delinquente che sia, ha deciso di sfoltire i ranghi del nemico. Oppure ancora sono il sangue o la merda che si lasciano in strada quando qualcuno ha deciso che il sit- in o il cartello di protesta non bastano più e bisogna passare ad altri metodi.

La lettera dell’agente ha il grande merito, innanzitutto, di scoperchiare  questo universo, di togliere il casco ai celerini e di farci vedere  che sotto ci stanno degli uomini come tutti gli altri. Uomini che hanno pure paura e che qualche volta reagiscono violentemente proprio per la paura. Hai voglia a dire che non dovrebbero averla e che sono tenuti per contratto a mantenere sempre i nervi saldi. Riparliamone quando gli androidi sostituiranno i poliziotti in carne e ossa. Prima di allora, però, ricordiamoci  che, tranne una frangia minoritaria di esaltati che sempre ci saranno e sempre cercheranno di arruolarsi in un corpo armato, la maggior parte di chi è chiamato a vigilare sull’ordine pubblico preferirebbe trovarsi da tutt’altra parte a fare tutt’altra cosa. Sembra poco, è tantissimo.

Ma la lettera ha anche un altro pregio che solo chi è memore di ciò che è stata la  Polizia fino agli anni sessanta-settanta può comprendere: all’epoca, una lettera del genere sarebbe risultata inconcepibile. La Polizia era formata in gran parte da figli di contadini che a stento conoscevano la propria firma. Sono i ragazzi di Pasolini, quelli dell’italiano approssimativo, dell’orgoglio fanciullesco di portare una divisa, della fierezza di essersi sottratti, dopo intere generazioni, alla schiavitù della terra, della fiducia illimitata nei superiori e nei loro ordini. Quella Polizia era davvero un mero ed inconsapevole strumento nelle mani del potere.  Ma i  fatti di Avola del 1968 segnarono una svolta di cui pochi allora si avvidero: ad Avola per l’ultima volta (si spera) la polizia sparò e uccise numerosi braccianti che scioperavano contro le  durissime condizioni di vita. Lì si consumò una frattura: figli di contadini costretti a sparare  ai padri e ai fratelli. Era già accaduto in passato ma i tempi non erano ancora maturi per svolte di alcun genere. Invece Avola cadde nel pieno delle manifestazioni del movimento studentesco. Tra scontri feroci e feroci incomprensioni e polemiche, il confronto con le idee dei “figli di papà” universitari aprì una breccia mai più richiusa che nel giro di pochi anni sfociò nella  smilitarizzazione della Polizia di Stato e nella nascita dei sindacati. Una rivoluzione copernicana. La democrazia e il dibattito che fanno ingresso nelle caserme. L’elevato grado di istruzione e le ideologie progressiste che cominciano a diffondersi tra le nuove reclute. Non più marionette ma uomini ( e poi anche donne) votati ad un servizio fondamentale per la collettività di cui in genere non si avverte l’importanza fino a quando non se ne avverte il bisogno. La Polizia che va in ordine pubblico rigorosamente senza armi e con protocolli d’intervento che escludono  tassativamente, nella gestione delle criticità, soluzioni repressive da Stato totalitario.

La lettera è una testimonianza di tutto questo e sarebbe stupido e miserevole liquidarla come il rispettabile sfogo di un poliziotto isolato. Questa lettera ci dice, invece, quanto sia cambiato nel profondo il rapporto tra chi, in un corteo , sta da una parte e chi dall’altra. Dall’altra parte, dalla parte di chi è comandato a non consentire che la giusta espressione di un disagio sociale o politico travalichi i limiti della continenza e della liceità, ci sono individui che potrebbero benissimo vestire i panni degli stessi studenti, operai o precari che li fronteggiano,  perché non si sentono affatto diversi da questi ultimi e dalle loro necessità.

Dovremmo sempre ricordarcene quando bolliamo come “fascista” l’operato della Polizia e i suoi componenti, affratellando nell’insulto anche tanti “questurini” ben noti all’interno dei loro uffici per le dichiarate simpatie di sinistra . Dovremmo sempre ricordarcene quando ci indignamo per la manganellata al manifestante pacifico e non ci rendiamo conto che  di quella manganellata sovente è  più responsabile il manifestante imbecille che l’ha provocata del poliziotto che l’ha tirata. Dovremmo sempre ricordarcene quando attribuiamo indistintamente agli uomini e alle donne delle forze dell’ordine pulsioni e inclinazioni da psicotici assetati di ossa rotte e non ci rendiamo conto che riempire senza motivo di sputi e insulti un reparto schierato in ordine pubblico non dispone certo alla fratellanza e ai fiori nei cannoni. Dovremmo ricordarcene quando facciamo la conta dei feriti tra gli scioperanti o gli ultrals del calcio e degradiamo quella dei poliziotti a mero dato statistico.

 

Dovremmo ricordarcene, a meno che non apparteniamo a quella categoria di persone che in questi giorni si sta scatenando in rete e sui quotidiani online magnificando le virtù della violenza proletaria e auspicando che i fatti del 14 siano l’inizio di un’escalation . Per costoro o per i La Russa di turno questa lettera  è perfettamente inutile. Ma com’è inutile in genere qualsiasi riflessione, in qualsiasi forma gli venga proposta. Alla fine qualcuno poi rinsavisce  e si rende conto che i primi sconfitti dalla violenza sono coloro ai quali dovrebbe giovare, qualcun altro no. Noi possiamo solo augurarci che restino sempre, di destra e di sinistra, una sparuta, isolata e infelice minoranza

 

 

 

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23 dicembre 2010
Comici spaventosi guerrieri

Fateci caso: in ogni dibattito televisivo, specie in quelli della tv troppo spesso imbarazzante di questo primo decennio del 21° secolo, ci sono  sempre uno o più siparietti comici e una o più note tragiche. I siparietti comici della puntata di ieri di Annozero, dedicata al voto di fiducia e agli scontri a Roma tra studenti e polizia, sono stati, rispettivamente, un intervento di Porro, giornalista di belle speranze del berlusconiano Giornale, e l’indegna gazzarra del ministro La Russa. La nota tragica, invece,  la mancata e ferma condanna della violenza da parte dei rappresentanti degli studenti.

La comparsata di Porro è durata lo spazio di una battuta, un semplice  inframmezzo tra un intervento e l’altro dei suoi colleghi di salotto. Un passami il sale insomma,  ma talmente esilarante che se fosse stato adeguatamente metabolizzato dal presentatore e dall’  uditorio, distratti in quel frangente da tutte le altre opinioni espresse nel corso dell’infuocato dibattito , avrebbe richiesto di sicuro l’intervento del personale sanitario di studio.

Cosa avrebbe detto dunque il buon Porro di tanto divertente? Semplicemente, rivolgendosi ai ragazzi, che la loro condizione di aspiranti precari o disoccupati a vita è dovuta ad un sistema che difende ancora a spada tratta il contratto a tempo indeterminato e si oppone al trionfo definitivo di quella “flessibilità” occupazionale invocata come  la mitica panacea di tutti i mali del mondo del lavoro.

Roba da non crederci se non l’avessimo udita con le nostre orecchie. Porro dev’essere stato congelato nella seconda metà degli anni novanta e sghiacciato la sera prima della trasmissione. Qualche anima caritatevole gli spieghi allora, con le dovute cautele del caso, che alla favola della flessibilità non credono più neppure tanti convinti liberisti, che di flessibilità in Italia ormai ne abbiamo fin sopra i capelli, che basta leggersi un libro come quello della Murgia (“Il mondo deve sapere”) per rendersi conto che i famigerati co.co.pro., le false partite iva, le collaborazioni a progetto e tutto l’armamentario del perfetto sfruttatore messo in piedi dalla Biagi e prima ancora dalla Treu sono i primi responsabili della rabbia e della frustrazione dei giovani. E poi gli spieghi anche, dopo il doveroso prologo, che di flessibilità può vivere il Marchionne a 4 milioni di euro l’anno e quelli come lui, non certo l’impiegato o l’operaio pagato sotto costo, trattato sotto scopa e gettato sotto scala quando non serve più. Gli spieghi inoltre che con 600 euro al mese di contratto flessibile non campa più nemmeno il cane di casa e che sentirsi  flessibili dentro  (e dunque pienamente integrati nella società della globalizzazione), accettando senza battere ciglio il licenziamento da 600 euro e la nuova assunzione  da 400, non aiuta a pagare il mutuo, ammesso e non concesso che ci sia una banca così pirla da concederlo e che tra una schiavitù e l’altra passi solo  il tempo necessario ad evitare la questua sul sagrato delle chiese.

Ma se su Porro basta spendere le poche righe che la statura del personaggio richiede, su un gigante della comicità come La Russa non basterebbero tutti i 40 e passa volumi della Treccani. Col bollare sic et simpliciter come  teppisti e facinorosi, dando in escandescenze e  riempiendoli di contumelie,  gli studenti che in quel momento stavano esponendo pacatamente le ragioni della protesta, ha soltanto ottenuto una immediata applicazione pratica della proprietà transitiva, in conseguenza della quale lo spettatore non ha capito più, a sketch finito, chi era il violento e chi il violentato.

Se l’atteggiamento così conciliante dei leader studenteschi verso chi spacca vetrine ,brucia veicoli e picchia poliziotti (la nota tragica, soprattutto se pensiamo a quali nefaste conseguenze condusse, negli anni settanta, un identico atteggiamento giustificazionista da parte degli studenti e degli operai dell’epoca) non aiuta certo un movimento di protesta vitale e forte di sacrosante ragioni come quello dell’Onda a ottenere il favore della pubblica opinione e l’ascolto attento delle istituzioni, la foga verbale e gestuale  di La Russa non aiuta nemmeno le ragioni dei poliziotti aggrediti dai manifestanti e soprattutto dei loro 100 colleghi feriti negli scontri. Senza contare poi che il La Russa, prima di perorare in maniera così veemente e appassionata la causa degli uomini e delle donne in divisa, dovrebbe chiedersi quante volte, da avvocato, ha offeso quelle stesse divise facendo assolvere in tribunale emeriti mascalzoni per la cui cattura gli operatori delle forze dell’ordine avevano speso ore di appostamenti, pedinamenti e ricerche. Ore sottratte magari al sonno o ai propri affetti e ridicolizzate in pochi minuti da un luciferino legale esperto di sofisticate sottigliezze giuridiche.

Meno male che ci ha pensato in chiusura di programma un comico vero come Vauro, autore  ieri di una serie di vignette semplicemente sublimi (in specie quelle sui “regali di Natale”),  a ridare la giusta dimensione alle cose, ripristinando  il corretto rapporto tra di deve far ridere per mestiere e chi, sempre mestiere, è chiamato  a dire cose sagge, intelligenti o che comunque stimolino la riflessione in coloro che le ascoltano.

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permalink | inviato da effecar il 23/12/2010 alle 0:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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