1. La terra dei cachi. L’Italia è il Paese in cui nei bar si litiga per Inter-Milan, mentre la sinistra italiana ha da sempre ha il brutto vizio di articolare con dovizia di argomenti le proprie proposte e le proprie ragioni, di avvitarsi in inferenze complicate, di smarrirsi dentro un dedaleo di metafisicherie ai più incomprensibili. Insomma, ha sbagliato Paese…;
2. A cena col “nemico”. Ebbene sì: l’appoggio convinto e senza tentennamenti al governo Monti è stata la peggior fucilata sui cabbasisi che il centro sinistra poteva tirarsi . Perché la sinistra nostrana ha anche altri due brutti vizi, oltre quello di cercar di far capire alla gente la complessità dei problemi che chi governa un Paese è chiamato ad affrontare: la lealtà e la coerenza. Doveva prendere esempio da Mister Mediaset, che prima ha dato il suo sostegno al professore della Bocconi e poi al momento opportuno gli ha tolto la sedia da sotto il sedere, tra l’altro cominciando pure ad insultarlo pubblicamente per provvedimenti che:
A) o aveva preso lui prima delle dimissioni;
B) o aveva votato in Parlamento senza nemmeno il minimo ruttino, altro che mal di pancia.
Ci voleva dunque poco a presentire, conoscendo la scarsa memoria di tanti italiani, che arrivati al redde rationem delle urne B. avrebbe come minimo limitato i danni, perché nessuno si sarebbe più ricordato né dei guai che aveva combinato né dell’avallo dato alle iniziative dei tecnici.
In pratica , per il centrosinistra è andata a finire come in quelle comiche alla Stanlio e Ollio dove due soldati vengono scelti come volontari per missioni suicide soltanto perché i loro compagni di plotone han fatto tutti un passo indietro.
3. A letto col “nemico”. Tuttavia, ci sarebbe stato ancora spazio e tempo per farsi perdonare se la leadership del centrosinistra (non solo Bersani, anzi) non avesse fatto intendere , nel corso di tutta la campagna elettorale, che dopo quella a torto ritenuta una scontata vittoria il blocco progressista avrebbe ripreso a flirtare con Rigor Montis (ossia con uno degli esecutivi più detestati della storia repubblicana) per altre copule contro natura. Il che dà la misura di quanto talvolta i partiti della sinistra e i loro dirigenti non abbiano il polso del “Paese reale”, come amano dire i giornalisti. Chi ha pianto di più durante l’annus horribilis del “tartassator cortese” è proprio l’elettorato di sinistra (operai, impiegati, insegnanti, pensionati, piccoli imprenditori e piccoli professionisti) , ragion per cui è stato perlomeno un po’ da pirla proclamare urbi et orbi che certi immondi accoppiamenti sarebbero proseguiti anche dopo le elezioni. Come se non fosse successo niente…
4. Abbiamo purtroppo una banca. Se l’affaire MPS fosse capitato alla destra, i suoi elettori:
a) non avrebbero fatto una piega, purché non fossero toccate direttamente le loro tasche;
b) avrebbero liquidato la questione come persecuzione di giudici comunisti.
Sappiamo bene , invece, che l’elettore medio di sinistra è molto più intransigente in ordine al profilo etico dei propri politici e all’uso che costoro fanno del denaro pubblico . Ragion per cui, davanti ad uno scandalo del genere fugge disgustato senza nemmeno attendere gli esiti giudiziari. L’art. 27 della Costituzione e il principio “in dubio pro reo” non è infatti molto popolare dalle sue parti quando si tratta di politici, pubblici funzionari o “colletti bianchi” in genere.
Non è qui la solita questione dei belli (elettori di centrosinistra) contro i brutti (elettori di centrodestra); è semplicemente che la destra italiana normalmente pesca in un bacino d’utenza schiettamente “popolare”, intendendosi con questo termine non tanto una condizione socio-economica (perché anzi in genere votano a destra i ceti più abbienti) ma uno status mentale. Una sorta, cioè, di plebeismo interiore fatto soprattutto di egoismi pitocchi e meschinerie corporative (pubblici contro privati, nordici contro “sudici”, dipendenti contro autonomi e via di seguito) . Ebbene, a questi moderni “barbari” solitamente importa poco dell’onestà e della correttezza dei politici che li rappresentano e ancor meno gli importa di come essi curino l’interesse della collettività. Anche perché , ti dicono convinti, “sono tutti uguali e tutti rubano alla stessa maniera” . Questo “mantra” del tutti uguali è quello che da sempre nel nostro Paese spiana la strada e la carriera a fior di mascalzoni. Ma all’elettore tipo di centro destra tutto ciò non interessa; che il politico mangi pure. L’importante è che non rompa le scatole con proposte o azioni tese ad aumentare i controlli (principalmente fiscali, ma non solo), ad impedire le frodi (societarie, commerciali, alimentari), a rendere più ardue le speculazioni (finanziarie , edilizie ecc.) e le costruzioni abusive, a metter becco nelle notule esose che presentano ai loro clienti. E via discorrendo. Per paludare a dovere una simile congerie di proposizioni devastanti per la coesione sociale di una nazione civile si appellano alle citazioni dei padri nobili del liberismo mondiale, primo tra tutti Ronald Reegan e la sua celeberrima “lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema”. E tanto gli basta per mettersi a posto la coscienza.
E’ una caricatura? Andatevi a leggere i commenti che lasciano i lettori in calce agli articoli dell’edizione online del Giornale di Sallusti e dopo ne riparliamo…
5. La quercia del tasso (ma del tasso barbasso). Ah, le tasse, le tasse. Come farebbe Berlusconi se in Italia non esistessero le tasse e se, soprattutto, non fossero così elevate ?La tassazione è la magnifica ossessione di Silvio e la sua amica amatissima, meglio di una qualsiasi delle “olgettine”. Ad ogni decisione di aumento ( diretto o indiretto) delle imposte presa da governi diversi dai suoi (tecnici o di sinistra) , Berlusconi entra in un delirio orgasmatico che, data l’età avanzata, mette in seria apprensione i suoi medici di fiducia. “Chiamate la Minetti”, diventa allora la parola d’ordine, l’antibiotico necessario per scongiurare il deliquio: meglio somministrargli un orgasmo normale.
E’ da vent’anni che sulle tasse la sinistra – a parte le due note parentesi- perde puntualmente le elezioni, specialmente perché nessuno dei suoi leader può permettersi il lusso di dire le fesserie che Berlusconi sparge invece a piene mani sopra la testa dell’opinione pubblica italiana, peggio dei volantini propagandistici che D’Annunzio lanciò sopra la testa dei viennesi durante il primo conflitto mondiale. La cornucopia magica di Berlusconi - si sa - in quanto a sciocchezze ha una capacità produttiva superiore a quella dell’apparato industriale cinese e americano messi assieme.
Però non può tacersi che il centrosinistra, contrariamente alla campagna del 2008, stavolta gli abbia anche dato una mano, scordandosi del tutto o quasi le sofferenze del piccolo lavoro autonomo (ossia di quelle tante partite I.V.A. che davvero poco hanno guadagnato – soprattutto in questi anni di crisi – e troppo invece sono state chiamate a pagare) e preferendo rivolgersi, in tema di abbassamento della pressione fiscale, essenzialmente al lavoro dipendente, ossia alla parte sociale che rappresenta da sempre il maggior serbatoio del suo consenso, consentendo così che il malcontento degli altri venisse intercettato da Beppe Grillo.
6. Le nozze di Euro e Casta. Le ultime due “colpe” (chiamiamole così) del centrosinistra sono state, a giudizio di chi scrive:
1.l’eccessiva prudenza di giudizi nei confronti delle politiche economiche ultraliberiste della Ue e della Germania;
2. l’eccessiva prudenza sul tema dei tagli ai costi della politica.
In ordine al primo punto, andava affermata con maggior vigore e fermezza la profonda distanza del riformismo italiano dalla mistica del rigore, pur senza arrivare agli eccessi di Berlusconi e del grillismo,
In ordine, invece, al secondo punto, dopo lo scandalo Lusi Bersani ebbe parole di fuoco contro le storture della riforma costituzionale nr. 3 del 2001, quella cioè che (insieme alle riforme degli enti locali del 1990 e del 2000) ha letteralmente “spappolato” il tessuto connettivo istituzionale italiano, concedendo alle regioni un autonomismo esagerato, che rasenta il localismo selvaggio e la diaspora dei territori. Però alla lunga la cosa morì lì. Il partito dei governatori e dei sindaci è sempre stato molto autorevole e influente (nel bene e nel male) dentro il PD e certe sparate antifederaliste, seppur giustificate dalla ampiezza degli scandali e delle cifre in gioco, non vengono tuttora tollerate… Peccato, perché il federalismo che ci siamo cuciti addosso dai primi anni novanta ad oggi si è rivelato soltanto una moltiplicazione invereconda di poltrone e mangiatoie e non sarebbe stato male prendervi le distanze una volta per tutte. Non fosse altro per non lasciare pure questo spartito in mano a quel formidabile direttore d’orchestra che è Beppe Grillo.
Dice il sindaco di Parma Pizzarotti, esponente del M5S, che con nuove elezioni il grillismo arriverebbe al 50 per cento dei consensi. Il proselitismo ha questo di bello nelle sue fasi iniziali, quando il magma del nuovo vulcano apre un cratere ed erompe per la prima volta all’aria aperta: la fideistica fiducia nelle leopardiane magnifiche sorti e progressive. E’ un po’ quello che è accaduto a suo tempo con la Lega Nord: fino ad un certo momento, vi è stata una entusiastica ed inarrestabile espansione selvaggia, con la sistematica occupazione dei territori del settentrione d’Italia. Un blitzkrieg che si è arrestato solo quando la dissoluta politica romana ha infettato coi suoi “ozi di Capua” anche i gloriosi guerrieri padani, gabbandoli una seconda volta nel corso della Storia dopo Brenno. E con le mollezze bizantine, le sete , i broccati e le etere, per un partito-minestrone come la Lega, che i suoi consensi li cerca a prescindere dalle ideologie, arriva puntuale pure il declino, è fisiologico. Bossi, pace all’anima sua, questo lo ha sempre saputo e per allungare la vita alla sua “creatura” si è sempre guardato bene dal forzare la mano oltre misura e così far venir meno l’unico collante in grado di tenere in piedi la baracca di Pontida: il localismo, declinato di volta in volta –a seconda degli umori della piazza “celtica”- come federalismo o come secessione. Poi è successo quello che è successo, ma il senatur non poteva certo prevederlo.
Ebbene, si ha l’impressione che Grillo, nel suo ostinato rifiuto a qualsiasi ipotesi di coinvolgimento dei 5 stelle nel prossimo governo, abbia in mente proprio l’esperienza e la parabola della Lega, con il più l’aggravante, per lui, che il partito (chiamiamolo una buona volta col suo nome, piaccia o no al predicatore ligure) dei “fivestars”, oltre a non aver connotazioni ideologiche (il che è un vantaggio solo nel breve periodo) , ha anche, contrariamente alla Lega, una dimensione nazionale. Se così fosse, si comprenderebbe facilmente la ragione per cui, malgrado i 170 parlamentari e il secondo posto sul podio (il primo, coi voti delle circoscrizioni estere ,spetta –seppur di poco- al PD), resti sordo a qualsiasi appello al senso di responsabilità, a costo di infilare il Paese in un tunnel pericolosissimo. Il comico ligure invero è perfettamente conscio del fatto che, essendo anche il suo giocattolo un raggruppamento – minestrone ( dove possono ritrovarsi fianco a fianco il no-Tav e il simpatizzante di CasaPound), se egli accettasse la proposta di Bersani potrebbero venir meno, causa rapida approvazione dei relativi provvedimenti legislativi, i soli punti di contatto in cui tutti i suoi iscritti e deputati si riconoscono; in primis, la lotta alla Casta. E dopo? Non avendo neppure una Padania da dargli in pasto, come potrebbe continuare a tener insieme l’imprenditore e l’operaio, il dipendente pubblico e quello privato, il farmacista e il para-farmacista, il deluso del PdL ed il reduce della sinistra radicale? Tutti costoro non avrebbero più motivo di convivere e contraddizioni e differenze, a quel punto, riesploderebbero con grande virulenza, rischiando di far implodere tutta l’impalcatura faticosamente messa in piedi in 4 anni. Nel codice civile si chiama “conseguimento dell’oggetto sociale” ed è una delle cause di scioglimento delle società.
Ma c’è anche un’altra ragione, non meno grave, che spaventa Grillo e lo fa strepitare contro ogni ipotesi di “apparentamento” col PD. Al contrario della base leghista, che ha sempre supinamente accettato la linea politica dei vertici della Lega, fosse essa “di lotta” o “di governo” (ribellandosi soltanto di fronte alle ruberie), la base del M5S è estremamente eterogenea e riflette quella multiculturalità che del movimento è ricchezza ma pure, come abbiamo detto, limite. Come i sondaggi e i rumors della rete hanno dimostrato in questi giorni, l’elettorato di Grillo e Casaleggio è perfettamente diviso in elettorato “di lotta” ed elettorato “di governo”. Quest’ultimo, che ha fatto sentire con forza la sua voce non meno del primo e che vuole convintamente un appoggio dei parlamentari grillini ad un esecutivo a guida Pd, si scioglierebbe come neve al sole qualora, per superare uno stallo istituzionale, si dovesse tornare a breve alle urne. Altro che il 50 per cento di Pizzarotti.
Grillo di tutto questo è pienamente consapevole e per evitare entrambi i pericoli ( fine della coesione tra i suoi fans a seguito dell’approvazione delle riforme “condivise” , nel caso di ingresso o di appoggio ad un futuro governo Bersani, o , nel caso opposto, fuga di quella nutrita componente di elettori delusi dalla rinunzia del movimento ad attuare, almeno in parte, il proprio programma) insisterà probabilmente sulla strada di un prolungamento ad libitum del governo tecnico. L’altra opzione, quella del governissimo Pd –PdL (certamente la migliore per lui, oltre che per Berlusconi), se la può togliere dalla testa (e ormai dovrebbe averlo capito): Bersani sarà pure un galantuomo ma non è certo un fesso. Perché solo un fesso potrebbe far suicidare il primo partito d’Italia.
1. Quelli che “ci voleva Renzi”
Lo ammetto: a prima botta l’ho pensato pure io. L’ho pensato non per le idee di Matteo Renzi, dalle quali resto distante, ma per il modo con cui le veicola. Al sindaco di Firenze tutto si può dire, meno che non conosca l’arte della comunicazione. L’ha imparata da Berlusconi, che infatti lo considera un figlioccio, seppur appartenente ad altra sponda politica.
Quello che invece resterà impresso della campagna di Bersani, a parte i giaguari da smacchiare e il forte accento emiliano, è il suo inconfondibile “un po’ “. L’ha fatto notare ieri sera in tv un giornalista dell’Espresso e mai giudizio fu più sintetico e più esatto. Il segretario del PD (giustamente, per carità) non prometteva infatti palingenesi e demolizioni, ma un po’ di tutto: un po’ di lavoro, un po’ di taglio delle tasse, un po’ di taglio dei costi della politica, un po’ di rilancio degli investimenti. Un approccio minimalistico alla soluzione dei problemi italiani che non poteva mai e poi mai affascinare chi (e sono milioni di persone) pretendeva dal nuovo parlamento un cambio di passo radicale rispetto al passato.
Bersani, conscio di guidare un partito complesso ed una coalizione complessa, forse non poteva offrirsi diversamente alla platea degli elettori e forse non è neppure nelle sue corde offrirsi diversamente. Tuttavia il risultato è stato quello di perdere terreno e di dilapidare il notevole patrimonio di voti che tutti gli esperti accreditavano al centro sinistra fin dallo scorso anno. I pareri sul suo modo di condurre la campagna elettorale, a sentire la vox populi da bar, erano sempre gli stessi: troppo “soft”, troppo bonario, troppo strapaesano. Pochi artigli e troppa piadina e lambrusco. Peccato però che le elezioni non siano la festa dell’Unità. Attenzione: non sono in discussione i contenuti, ma la loro confezione. Perché purtroppo oggi la confezione in politica è tutto o quasi. Berlusconi docet.
Renzi, dal canto suo, si sarebbe potuto rivelare certamente una mossa vincente per intercettare il voto giovanile e quello “arrabbiato” di qualunque età se solo fosse stato di sinistra. Perché non può certo essere definito di sinistra uno che si spella le mani per Mario Monti e per il prof. Ichino. E’ questa la zappa sui piedi che si è tirato da solo e fin da subito. Avesse avuto una visione diversa sui temi del lavoro (neppure su quelli previdenziali, in fondo: non sarebbe stato necessario per lui arrivare a tanto, abiurare fino a quel punto la sua sbandierata “modernità”), forse il popolo di sinistra lo avrebbe incoronato leader senza troppi mal di pancia. Niente di meglio che poter contare a sinistra su un candidato premier “giovane”, “nuovo” (all’apparenza) e grintoso. Un toscano dalla battuta fulminante e dall’eloquio chiaro e sinottico, fotogenico ed esperto nell’uso dei media. L’uovo di Colombo. Se Renzi non fosse stato Renzi.
2. Quelli che “Silvio è bollito”
Quelli che “Silvio è bollito” commettono da vent’anni lo stesso errore e continueranno a commetterlo ogni volta che Silvio Berlusconi, da qui al 2150, parteciperà ad una tornata elettorale. L’errore è quello di volgere lo sguardo al palco, all’attore, e mai al pubblico in sala. E’ il pubblico in sala il segreto del sempiterno successo di Berlusconi. Il pubblico in sala (ossia l’elettore italiano medio di centro destra) e quello che l’attore offre al pubblico .L’istrione Berlusconi, infatti, non sceglie le commedie e i drammi in base ai propri gusti ma a quelli del pubblico pagante. Offre loro, cioè, lo spettacolo che si aspettano di sentire e vedere. E siccome non è , in genere, un pubblico che ama i contorcimenti mentali, le complessità concettuali, i termini rari e desueti e i ragionamenti oscuri, ecco che mai e poi mai gli proporrà Ibsen o Ionesco. Meglio Edoardo Scarpetta e Peppino De Filippo. Con tutto il rispetto per due giganti del teatro leggero italiano.
Berlusconi, si dice da sempre, non è un politico: è un televenditore di pentole e tappeti. Giusto. Ma questo giudizio tranciante non tiene conto del fatto che in Italia l’elettorato conservatore vuole proprio dei politici televenditori. Televenditori e simpatiche canaglie. Perché dalle simpatiche canaglie quel tipo di elettorato sa di non doversi mai attendere brutte sorprese. Magari delusioni sì, ma brutte sorprese mai. E le delusioni poi passano, bastano pochi mesi. Altro che Monti e le sue professorali puzze sotto al naso.
Non solo, il patron di Mediaset ha anche un’altra grande dote: sa benissimo cosa dare in pasto al suo pubblico a seconda dell’origine geografica degli spettatori. Perché l’elettore conservatore del nord non è uguale all’elettore conservatore del sud. Al contrario della sinistra, che stoltamente ritiene il popolo italiano formato tutto da umbri, emiliani, toscani e marchigiani, Berlusconi sa benissimo che in Italia si vince corteggiando, allo stesso tempo, i lombardi e i siciliani e promettendo, ad esempio, ai primi di chiudere un occhio sulle loro scappatelle fiscali e ai secondi di chiuderlo sulle loro scappatelle edilizie. Ai primi di ridurre lo Stato ai minimi termini, fatti salvi i contributi alle aziende , e ai secondi pure, fatti salvi clientele e amici degli amici; ai primi di restituire l’Imu e ai secondi ‘u zu Totò. E via di seguito . Si chiama diversificazione dell’offerta amorosa. Una strategia di marketing come un’altra. Ma una strategia che alle nostre latitudini si rivelerà sempre vincente. Altro che Monti, Fini, Casini e il senso di responsabilità. ‘Nto culu il senso di responsabilità…
3. Quelli che “Grillo è di destra”
Sì, forse Grillo è di destra . O forse no. Quello che non è sicuramente di destra è il suo elettorato, o perlomeno non lo è in larga misura. Perché i voti che sono mancati al centro –sinistra (soprattutto a Sel) stanno tutti là. La verità è che il fenomeno M5S da ieri non è più un fenomeno: è una realtà e bisognerà farci i conti. Separando il grano dalla gramigna. Il che vorrà dire che si potrà e si dovrà imbastire con i grillini un dialogo sui temi che contano, a partire dalla legge elettorale, fermo restando che le derive populiste e le sparate squadristiche del loro “guru” se le possono continuare a coccolare da soli. Perché su quel terreno non ci potrà mai essere dialogo. Detto questo, è pur vero che uno degli errori della sinistra è stata una certa tiepidezza nei confronti dell’attuale assetto dell’Europa e delle sue politiche aggressivamente neo-liberiste, al contrario di Grillo, che sull’antieuropeismo -oltre che sulla lotta ai privilegi della casta (altro puntum dolens della coalizione progressista) -ha costruito il suo trionfo. E invece bisognava onestamente riconoscere che l’euro così come è stato concepito non va, perché è soltanto un marco travestito, così come non va l’Europa in mano ai nipotini di Milton Friedman, bravi a creare bolle quando le cose van bene e a pretendere le tirate di cinghia dai poveracci quando le bolle scoppiano. La sinistra (a parte Vendola e a parte il povero Fassina, subito silenziato) non l’ha detto con la dovuta energia e la dovuta chiarezza. E ne ha pagato lo scotto.
4. Quelli che “ci vuole il rigore”
Quelli che “ci vuole il rigore” , notoriamente abbondanti dalle parti di Scelta civica e degli orfani del governo tecnico, sono i veri grandi sconfitti di queste elezioni. Come pure grandi sconfitti , insieme a loro, sono tutti quei governanti europei, Merkel in testa, che con le loro ricette economiche suicide stanno consegnando il sud del Continente –Paese dopo Paese - in mano all’anarchia, alle bombe sociali e al populismo demagogico. E’ inutile che la cancelliera invochi governi stabili nell’Eurozona: fino a quando l’unica medicina proposta sarà quella di spremere di tasse i contribuenti per pagare gli interessi sul debito pubblico e tagliare stipendi , pensioni , servizi e stato sociale, le popolazioni verranno spinte sempre più nelle braccia dell’estremismo tribunizio e parolaio. I mitici mercati possono agitarsi quanto gli pare e lo spread circumnavigare Giove e tornare indietro: gli è piaciuto per quindici anni giocare d’azzardo con il futuro e la ricchezza delle nazioni, inseguendo guadagni facili e copiosi? Ora bevano dall’amaro calice. Le persone normali, i piccoli imprenditori, i piccoli professionisti, gli operai ,gli impiegati, tutti quelli, insomma, che la macchina se va bene possono cambiarsela una volta ogni dieci anni, contrariamente a quel che propala la vulgata liberista non hanno mai scialato, neppure ai tempi delle cosiddette vacche grasse, tali soltanto per qualcuno. Motivo per cui, se quel qualcuno poi ha la faccia tosta di venire a dirgli che i tempi che Berta filava son finiti e che devono fare i sacrifici, leggermente si incazzano, per dirla col Ruzante. Si incazzano e rivolgono le loro simpatie a ideologie e movimenti che il caos, invece di placarlo, lo fanno aumentare. Con buona pace di quelli che ci vuole il rigore, primo tra tutti l’ esimio prof. Monti, il quale, riprogrammato e rispedito verso lidi più congeniali sia a lui sia a chi lo telecomanda (c’è sempre una mission impossible da compiere), di certo sparirà per un po’ dalla visuale del nostro periscopio.
Ennesima dimostrazione, questa, che in fondo non tutti i mali (e non tutte le elezioni) vengono per nuocere.
La demagogia è un’arte. Disprezzabile quanto si vuole, ma arte. Non ci si improvvisa demagoghi. In primis ci vuole il dono di natura, l’esprit. Bisogna saper stare sul palco, avere facondia di linguaggio, una ricca e proteiforme gestualità, la capacità di entrare in immediata empatia con l’uditorio. Il quale è composto da una varia umanità che in genere il demagogo non conosce in anticipo. Il demagogo, infatti, non conosce in anticipo né l’identità né gli orientamenti politici dei suoi spettatori, eppure deve far finta che stiano tutti dalla sua parte o, perlomeno, che condividano tutti le fole che gli propinerà. Le quali fole a loro volta devono essere confezionate bene, essere cioè credibili.
In Italia – è risaputo - il vestito del demagogo calza a pennello soltanto a Silvio Berlusconi, perché rimane, nonostante i numerosi e autorevoli tentativi di imitazione, il più credibile di tutti, pur nell’incredibilità della sua offerta politica. Tuttavia il suo ultimo spettacolo ci ha un po’ delusi, siamo sinceri. Ci aspettavamo tutti di meglio. Invece solo IMU , IMU e fortissimamente IMU. Un film già visto, tra l’altro. Come se in Italia l’unica tassa che si paga fosse l’IMU. Fosse vero…
Non va. Tanta preparazione per una montagna che stavolta ha partorito un solo, misero topolino. Sì, togliere l’Imu sulla prima casa poteva andar bene come antipasto, come stuzzichino, ma per fare il botto ci voleva ben altro. Due settimane di vacanze gratis in Costa Smeralda, per esempio. Il congelamento delle tariffe di gas, luce e telefono per i prossimi 10 anni. L’abolizione delle accise sui carburanti. Magari aggiungendoci l’Ipad 5 in omaggio e 1000 sms gratis verso tutti. Insomma roba forte, da peggiori bar di Caracas. L’Imu sulla prima casa in fondo è una pernacchietta, un apostrofo rosa tra le parole ti (ri) prendo per i fondelli. Lui stesso deve essersene reso conto quando ha messo sul piatto pure la restituzione agli italiani (“anche in contanti”, ha aggiunto strizzando l’occhiolino) delle somme pagate nel 2012 per l’acconto e il saldo dell’odiata tassa. E poi quel mezzo autogol alla fine, ossia la riduzione dell’Irpef a due sole aliquote, la più alta delle quali appena del 33 per cento. Un regalo ai ricchi,insomma. Che ci volete fare, purtroppo ogni fuoriclasse ha il suo punto debole e quello di Silvio, a parte la gnocca, è il credere che la maggioranza degli italiani presenti dichiarazioni dei redditi da 100 mila euro lordi a salire…
Peccato. Quest’ultima puntata dello show, benché preparata da un battage pubblicitario di tutto rispetto, non è stata all’altezza delle precedenti. La Wanna Marchi della politica comincia a mostrare la corda e il logorio di una vita “moderna” – definiamola così - che nemmeno il Cynar potrebbe alleviare. E dire che il mago Alfano Do Nascimiento ce l’aveva messa tutta per creare la giusta suspence ( “una proposta shock per le famiglie”). Niente. Di scioccante in tutta la vicenda politica e umana di Berlusconi, più che le proposte per le famiglie resta la capacità, dopo mille disastri, mille greppie e mille promesse disattese, di riempire ancora un teatro, seppur con una claque lautamente retribuita (presumibilmente panino e birra), e sciorinare il solito irritante rosario di ecoballe, percolati propagandistici, raccolte indifferenziate di falsità cosmiche e vere e proprie discariche abusive di decenze nazionali.
Qual è il suo segreto? Ha un lasciapassare speciale dell’Onu? E’ un unto dal Signore autorizzato a riempire liberamente l’aere di sublimi fandonie da qui alla fine dell’eone fanerozoico? E’ un matto scappato dal manicomio a cui i sanitari consentono, a fini terapeutici, di recitare la parte del tycoon televisivo prestato alla politica?
Niente di tutto questo: Berlusconi è figlio di un antico e consolidato metodo di scelta dei governanti che si chiama democrazia. Perché Mamma Democrazia non è mica la signorina Rottermeier, una di quelle rigide istitutrici teutoniche sorde ad ogni cedevolezza e incapaci di cambiare le regole della propria didattica. Nossignori, Mamma Democrazia si adatta ai figli che trova. Motivo per cui in Italia ogni pentola che Berlusconi promette ha, dall’altro lato dello schermo, un suo possibile acquirente. La sua forza sta tutta qui. La nostra debolezza pure.
Io ho una ricetta infallibile contro la melanconia: quando sono giù di corda, leggo Il Giornale di Sallusti. La risata è assicurata, a cominciare dai titoli reboanti. Titoli diventati giustamente famosi per gli accostamenti paradossali, gli annunci clamorosi, gli scoop epocali, le discese ardite e le risalite. Prodotti dalla vena inesauribile di qualcuno il cui nome, per quel che si sa, viene tenuto accuratamente nascosto e così sottratto alla famelica curiosità degli altri media, si distinguono inoltre , e da sempre, per lo stile alato, la sapiente mistura di ricercatezza e semplicità, la sobria icasticità . Un esempio su tutti: il VaffanMerkel del giugno scorso.
Un giornalismo simpaticamente guascone e filibustiere, quindi, che scorazza impunito per i procellosi mari dell’informazione nazionale peggio del Jack Aubrey di Master e Commander e che persegue, costantemente e scientemente, l'ambizioso obiettivo di un ribaltamento sistematico del buon senso e della logica per soddisfare i desiderata del suo target di pubblico: piccoli imprenditori, liberi professionisti e commercianti, soprattutto del centro nord.
E', in definitiva, lo stesso elettorato antistatalista e antimeridionalista di Silvio Berlusconi e della Lega, che declina il verbo liberista nelle sue espressioni più talebane, che odia oltre ogni ragionevole dubbio l’Agenzia delle Entrate e tutti i pubblici dipendenti e che ha conati di vomito ad ogni ipotesi di tassazione patrimoniale dei super-ricchi pure se il proprio reddito annuale, al lordo delle imposte evase, non è superiore a quello di un bidello. Non si sa mai, un giorno potrebbe superare il milione di euro, e dunque meglio prepararsi per tempo.
Leggendo i commenti che questa fauna colorita e rumorosa scrive in calce agli articoli della versione online del quotidiano, si possono immaginare facilmente le facce degli autori e persino i peti e i rutti che di certo accompagnano (e aiutano) i loro sforzi creativi.
Sfamare quotidianamente simili belve feroci, perennemente avide di travet fannulloni, comunisti pedofagi ed esattori delle tasse , tuttavia non è affatto facile. Anche la più sfrenata e fantasiosa delle menti ha i suoi limiti. Stiamo parlando pur sempre di esseri umani. Ecco perché fare il cronista del Giornale da tempo non è più un mestiere di tutto riposo. Ecco perché dichiaro tutta la mia solidarietà al giornalista Stefano Zurlo che oggi ha pubblicato un delirante articolo contro la comunità di S.Egidio, di cui il ministro montiano Riccardi è esponente di spicco e cofondatore.
Avete letto bene: non chiedetemi crocifissioni e forche caudine mediatiche per il tapino. E’ un uomo che ha già i suoi bei problemi e come uomo tra gli uomini io lo comprendo. Non lo giustifico, ma lo comprendo.
Riflettiamo un attimo prima di giudicare: il nostro eroe arriva allegro in redazione. Probabilmente fischiettando. La vita gli sorride e le rotture di ciglioni previste dal meteo aziendale sono nella norma. Spread stabile, insomma. Poi, a metà mattinata, il baratro si apre sotto i suoi piedi: il Capo vuole per l’indomani un pezzo contro la comunità di S. Egidio, quella a cui da anni devono la sopravvivenza migliaia di clochard e indigenti, italiani e stranieri. “Co…come , S. Egidio? E che c. scrivo contro S. Egidio?” Obiezione legittima, soprattutto perché proveniente da un professionista che, come tutti quelli che lavorano per Sallusti, non s’impressiona davanti a nulla. Pelo sullo stomaco lungo quanto il vallo d’Adriano ,tanto per capirci. Berlusconi dice di amare alla follia il politico X e di volerlo come alleato? Si intonano peana al politico X. Il giorno dopo Berlusconi dichiara solennemente che al politico X puzzano i piedi e si scaccola in pubblico? Vai con le mazzate in testa al politico X, sentina di tutti i mali e immonda creatura dal fiato fetido, sortita fuori all’improvviso dagli orridi antri in cui dormiva un sonno secolare. Ma S.Egidio… Sant’Iddio, S.Egidio… Mica parliamo dell’Opus Dei. Guarda un po’cosa bisogna inventarsi oggi per salvare la pagnotta. Eppure, quando il talento non è acqua riesce persino una mission impossibile come quella di riempire di sterco S. Egidio, definita addirittura “lobby rossa dei finti poveri”. Roba da far impallidire il Papersera e l’Eco di Topolinia . Alla fine il prode Zurlo dunque ce la fa e consegna con mano tremante il parto della sua penna ferace. Però, che fatica. Siamo sicuri che alla fine della tenzone, con l’esito dell’arduo certame ancora caldo sul suo hard disk, qualche cicchetto ristoratore al bar sotto casa se lo sia concesso. E che da lì sia uscito barcollante , cercando le chiavi del portone e sperando vivamente che tra i simpatizzanti di Monti o del centro-sinistra non ci sia neppure un parente di padre Pio…
“Ritornerai lo so ritornerai….”(Bruno Lauzi)
E’ stato come il ritorno di un personaggio televisivo caro al pubblico dei teleutenti. Una sorta di “maresciallo Rocca” o di “nonno Libero” della politica. Confessiamolo: all’annuncio della sua reintree, tutti -simpatizzanti e antipatizzanti- hanno avuto un moto di stupore prima (“ma non si era ritirato dalle scene?”) e uno di frenesia dopo (“si ricomincia!”). Come in quei film americani dove il campione entra inaspettatamente nel “diamante” a partita iniziata e rimette in sesto l’incontro per la sua squadra di baseball, applaudito anche dagli avversari. Perché anche per gli avversari una partita senza il campione non è vera partita: Bartali senza Coppi non si divertiva. Ricordo un episodio della vecchia serie di telefilm di Zorro dove l’eroe mascherato, dato per morto, riappare all’improvviso e incrocia subito le lame con i soldati spagnoli, che incredibilmente sono i primi a rallegrarsi per la resurrezione del nemico.
E’ dunque probabile che l’annuncio dell’ennesima ridiscesa in campo del Cavaliere , al di là delle indignazioni e delle ironie di circostanza, abbia provocato nei suoi rivali gli stessi brividi d’eccitazione che prova Batman quando riconosce in una malefatta l’impronta di Joker. Un ghigno di soddisfazione sotto la bautta ipocrita dell’esecrazione e via: pronti per una nuova manche dell’eterno duello.
Prevengo un’obiezione, pur riconoscendone il pieno fondamento: messa così, sembrerebbe una rimpatriata di impenitenti vitelloni, un Amici Miei elettorale, e sappiamo tutti che lo stato di salute dell’economia e della società italiane non consente certo simili, futili divagazioni. Tuttavia, l’alternativa ad un commento di sapore hollywoodiano sul tema “rientro di Berlusconi”sarebbe stata la solita giaculatoria pallosa sull’irresponsabilità di Silvio , sul padre-padrone del PDL che fa il bello e il cattivo tempo, sugli esponenti del PDL che sanno recitare soltanto il rosario dei servi, sui rischi che corre l’Italia con Berlusconi premier, sulle olgettine e le amazzoni del centro-destra, sulle nipoti di Mubarak e le massaggiatrici del Salaria Sport Village.
Noi invece per una volta vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno e far finta di vivere in un normale Paese dell’Europa occidentale. In un normale Paese europeo la notizia del ritorno in campo di Berlusconi verrebbe data dai giornali in terz’ultima pagina e susciterebbe moti di ilarità collettiva tali da mettere in allarme le autorità sanitarie. Archiviato il lato comico della faccenda, gli elettori del normale Paese europeo il giorno delle votazioni relegherebbero il partito del redivivo ex primo ministro all’ultimo o penultimo gradino della catena alimentare politica, consegnando l’uno e l’altro alle fameliche fauci dell’oblio, mediatico e non. In un normale Paese europeo, infine, gli oppositori non dovrebbero spendere un euro o quasi per la campagna elettorale: basterebbe un manifesto, uno solo, magari quello dove Silvio fa cucù nel bel mezzo di una riunione di capi di Stato o di Governo.
C’è solo un problema e di non poco momento: l’Italia è tutto fuorché un normale Paese europeo.
“Abbiamo salvato l’Italia dal baratro”, parola di Mario Monti. “Abbiamo un sistema sanitario insostenibile”: ancora Mario Monti. “Non garantisco sul prossimo esecutivo”: sempre Mario Monti. “Chiunque governerà dopo di me manterrà la rotta delle riforme” . Chi l’ha detto? Ma Mario Monti, ovvio.
Certe volte si ha l’impressione che il professor Monti voglia bissare il successo del maresciallo Kesserling, il comandante delle truppe tedesche d'occupazione che pretendeva una statua dagli italiani. Piero Calamandrei gli rispose come sappiamo e come dovrebbe sapere anche una persona estremamente colta come Mario Monti. Invece il presidente del Consiglio più amato dalla BundesBank e dal Quirinale pare convinto di esercitare tuttora un grande appeal sui nostri connazionali, malgrado li abbia ridotti in mutande in meno di un anno, ragion per cui si lancia di continuo in affermazioni scabrose o contraddittorie, nella assoluta convinzione di non perdere neppure un grammo della stima che gode presso i governati.
Ora, delle due l’una: o sotto l’apparenza tanto seria e misurata si nasconde un Monti bis “giamburrasca” scapestrato e irriverente o Mario Monti è il terzo fratello della diabolica coppia di affaristi del film “Una poltrona per due”, quella che scommetteva sulla veridicità o meno della regola che vuole prodotti invariati a fattori variati (pigli un mendicante, lo ripulisci e ottieni uno squalo della borsa; pigli uno yuppie di successo, lo butti in mezzo alla strada senza il becco di un quattrino e ottieni un delinquente). In questo secondo caso, potremmo essere di fronte ad una Spectre europea della presa per il culo che, a livello continentale, si diverte alle spalle dei cittadini dei Paesi cd. più deboli, quelli con un debito pubblico elevato. Tutti i grillismi del mondo pensano che sia una lurida consorteria di sporchi speculatori finanziari ad aver inguaiato l’Europa e invece è solo una manica di ricchi buontemponi che si riuniscono una volta alla settimana (magari la sera dopo cena e in videoconferenza) e decidono (scegliendo il sicario di turno tra i propri affiliati) alle spalle di quale popolo divertirsi, quale nazione pigliare per i fondelli: c’è la settimana dedicata ai portoghesi, quella dedicata agli spagnoli e così via. La mattina dopo,ingollando croissant e sorseggiando caffellatte, questi galantuomini osservano in tv il risultato, l’impatto sull’opinione pubblica del malcapitato Paese di turno, e si scompisciano dalle risate: “Ma guarda che imbecilli, sono davvero convinti che la crisi dipenda dal debito pubblico…”
Ciò detto, Monti è padronissimo di divertirsi come gli pare, per carità, ma che i suoi appassionati aficionados , nella politica come nel giornalismo, ci risparmino almeno il sermone sulla indeclinabile necessità che gli sia concesso fare ciò che Paganini non ha mai voluto fare. Invece non passa giorno che i Casini , i Montezemolo, gli Scalfari ci ricordino quanto dobbiamo essere grati al bocconiano per il piatto di minestra (ovviamente scipida) che possiamo ancora mettere a tavola e quanto ingrati e autolesionisti (“dopo di lui il Diluvio”) saremmo a non volerlo ancora premier dopo le politiche del 2013.
Soprattutto il Bardo del gruppo L'Espresso, con la sua fluente e filosofica barba bianca, non manca mai di ammonire (l’ultima filippica, risalente alla scorsa domenica, prende di mira i teorici della “dittatura dello spread”) sulla perniciosa condiscendenza di larga parte dell’opinione pubblica verso le deliranti derive demagogiche e populiste che dipingono la UE come un’associazione a delinquere, le banche e la finanza come figlie di Belfagor Arcidiavolo e il governo tecnico come lo zerbino della Merkel. Niente di tutto questo, per l’Eugenio che la sera andava in Via Veneto. E’ che siamo stati troppo spendaccioni e quindi adesso è giusto soffrire. Spiegargli che forse banchieri e “mercati” qualche colpa ce l’hanno pure per tutto il macello scoppiato dal 2008 ad oggi è inutile; così come inutile è cercare di fargli accettare l’idea che anche la Germania, che fa tanto la perfettina, ha i suoi begli scheletri nell’armadio e se alza tanto la voce con gli altri è proprio per distogliere l’attenzione altrui dal suo armadio.
Niente da fare: troppo tempo passato ai tavolini dei bar di Via Veneto per capire che quella borghesia colta, raffinata e illuminata - alla Adriano Olivetti, tanto per capirci- il cui naturale destino, secondo lo Scalfari-pensiero, dovrebbe essere quello di governare i destini altrui, vive solo e da sempre nei complicati ingranaggi del suo cervello. Nella platonica Repubblica vagheggiata dal fondatore dell'ominimo quotidiano (che peraltro non disdegna neppure una capatina dalle parti di Tommaso Campanella e della sua Città del Sole), il ceto intellettuale e quello imprenditoriale lavorano di concerto per garantire il benessere e il progresso collettivo; nella realtà effettuale, gli intellettuali e l’alta aristocrazia del denaro quando va bene se ne fottono altamente, peggio di Cetto Laqualunque, e quando va male fanno a gara a chi è più carogna, a chi più degli altri merita la palma d’oro d’affamatore delle genti. Giovanni Papini una volta scrisse che tanto delicati sembravano a tavola gli inglesi quanto ingordi nel divorare popoli e nazioni. La stessa cosa potrebbe dirsi della upper class industriale, finanziaria e delle professioni che domina il pianeta dai tempi di Menenio Agrippa. L’unico che non se n’è mai accorto, troppo impegnato a guardare le gambe di Ava Gardner o a chiedere l’autografo a Gregory Peck, è il nostro prode filosofo da asporto, “uomo per tutte le stagioni”, come San Tommaso Moro , soprattutto quando le stagioni parlano il linguaggio del potere e del privilegio.
“Profumi d’oriente, souvenir di frontiera” ( Pooh , Air India)
“Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso” , scrive Erasmo da Rotterdam nel suo celeberrimo Elogio della follia. A rincarare la dose, rinforzando il partito pro pazzia, secoli dopo è arrivato il cantautore partenopeo Pino Daniele: “je so pazzo je so pazzo, c'ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta” .
Dunque la demenza, per artisti e intellettuali, non sarebbe soltanto - oltre che un evento patologico -un fatto culturale, la cifra stilistica di un approccio meno tetro, contegnoso o sciapo alle cose del mondo, ma addirittura un “segno del comando”, un “hoc signo vinces” dell’uomo di potere, rivoluzionario o meno che sia: “Masaniello è cresciuto, Masaniello è tornato”.
Come negare la verità di tali assunti? Guardiamo per un attimo dentro la bacinella italiana:l’acqua è sporca come sempre, ma non fateci caso. Non è questo oggi il nostro oggetto del contendere. Oggi noi siamo in cerca di follie nazionali. E ne troveremo a iosa dentro la bacinella, abbiate fede.
Finora conoscevamo la follia d’amor (poco gettonata ultimamente) , la follia omicida (questa è un evergreen, non passa mai di moda) e la follia classica, quella di chi si crede il Bonaparte e va in giro con la manina destra infilata nel risvolto della giacca.
Ma negli ultimi giorni a queste tre forme di squilibrio mentale si sono aggiunte:
1.la follia cd. “guardasigilli” , che consiste nello sparare lacrimogeni sopra la testa della gente dall’alto di un certo palazzo governativo per vedere l’effetto che fa (“vengo anch’io…. No, tu no”);
2.la follia catodica, che consiste nel chiamare come ospite in un talk show televisivo Flavio Briatore per ascoltarne l’autorevole opinione sulla crisi economica e sui modi per venirne fuori;
3.la follia ministeriale, che consiste nel chiamarsi Fornero e giudicare le proprie corbellerie apoftegmi degni di essere scolpiti sui fianchi del monte Rushmore, accanto alle teste di Abramo Lincoln e George Washington.
L’ultimo tipo di pazzia in effetti sarebbe però ingiusto attribuirlo ad una sola persona. Un po’ tutti i tecnici di questo esecutivo, più o meno, sono sinceramente convinti di essere la reincarnazione dei sette savi . E chi sentendosi Biante , chi Pittaco, chi Cleobulo tutti, più o meno, indosserebbero volentieri il chitone e trascorrerebbero il loro tempo dispensando anassagoree “omeomerie” di erudizione al popolo bue. Sempre meglio che rischiare le badilate in faccia dai minatori del Sulcis, evenienza per la quale la Bocconi non risulta abbia ancora organizzato gli opportuni stage.
Tra l’altro è proprio questa, e non lo spread o la “sobrietà”, la vera differenza tra l’esecutivo Monti e quello Berlusconi. Quest’ultimo era il primo a non credere alle fesserie che propalava in continuazione nell’etere, un po’come il deputato di Trilussa (“Eppoi parlò de li principî sui: e allora pianse, pianse così bene che quasi ce rideva puro lui!” ); invece il replicante speditoci dalla Goldman e Sachs e gli altri automi ai suoi ordini, fra una nave da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e il balenio di un raggio B vicino alle porte di Tannhäuser, alle scemenze che fuoriescono dalle loro porfirogenite bocche ci credono sul serio.
Tuttavia , se qualcuno dovesse domandarmi quale sia, tra le tante forme di schizofrenia che circolano liberamente nel nostro Paese, quella capace di indurmi ad acquistare immantinente un biglietto aereo di sola andata per Nuova Delhi (“un soffio imponente, schizza via la pianura”), opterei per la seconda, senza dubbio alcuno. Perché fino a quando erano un Vespa o le trasmissioni Mediaset a convocare –che so –Antonio Cassano o i Fichidindia per dibattere sul Giovane Holden o sull’Estasi di S. Francesco del Guercino , passi: rientra nell’ordine naturale delle cose. Ma Briatore da Santoro “nun se po vede’ ”, come dicono a Roma. Torna alla mente, in questi casi, il delizioso sketch sulla mozione Amedeo Nazzari del geniale Corrado Guzzanti. A ben pensarci siamo lì. Se “Naomo”, sibaritico compulsivo da pareo e strafiga d’ordinanza , di certo più noto per le abbronzature e le memorabili ed iper - pacchiane feste del Billionaire che per gli studi sulle dinamiche macroeconomiche dell’area euro, si mette a fare il guru dell’economia al posto di un Fitoussi o di un Krugman, anche un Nazzari (quantunque leggermente morto) o un Napo Orso Capo (quantunque leggermente cartone animato) potrebbero legittimamente aspirare alla leadership del centrosinistra e alla presidenza del Consiglio.
Con tutta la buona volontà e la profonda stima per il lato b della Gregoraci, non si vede dove starebbe la differenza.
Dunque, ricapitolando.
Abbiamo un comico-predicatore che riempie le piazze, gestisce con piglio padronale il movimento politico da lui fondato, urla e strepita contro la politica e i politici, si straccia vesti, barba e capelli, si trastulla con punti g e invidie del pene, propone ricette mortifere per la soluzione dei problemi nazionali e pur tuttavia vola nei sondaggi. Domenica 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma (ma pensa te le coincidenze), Pancho Villa –Grillo irrompe nel parlamento siciliano e insedia 15 tra caballeri e carmencite sugli scanni del sussiegoso e parruccone consesso. Sparacchiando qua e là, ovvio, come nella migliore tradizione. Cielito lindo, sombreri in aria e arriba arriba andale andale.
Mo’ dice che vuole Emiliano Zapata -Antonio Di Pietro Presidente della Repubblica, mentre per lui, modesto, si riserva Palazzo Chigi.
Ma domenica sera (ammazza quanta carne al fuoco in un giorno solo) s’è scoperto che Zapata-Di Pietro non sarebbe quello stinco di santo che tutti credevano. Pare abbia comprato case di lusso a destra e a manca, intestandole a figli e parenti, coi soldi del finanziamento pubblico ai partiti. Ma pensa te. Faceva tanto il moralista, l’antiberlusconiano viscerale, l’inflessibile paladino della legalità e poi ti va a inciampare sul mattone come uno Scajola o un Lusi qualsiasi. Che delusione. E dire che la gente in questi anni gli ha perdonato tutto, a partire dalla gestualità eccessiva e dai bisticci con l’italiano. Il marcato accento molisano, suo marchio di fabbrica, e quelle inimitabili perle di saggezza contadina con cui infarciva arringhe e sermoni, nei tribunali come in tv, lo rendevano un personaggio vero, rustico ma pulito, onesto, portatore dei valori sani di una Italia rurale che non c’è più. Un Bertoldo, insomma. Un Bertoldo del mercato immobiliare.
La verità è che viviamo in un Paese che neppure il Tim Burton più ispirato riuscirebbe a concepire. Passiamo indenni dalle cricche della Protezione Civile ai Batman Fiorito con la serena indifferenza dei visitatori di stand fieristici. O guarda, cara, c’è la dimostrazione dei materassi. Non inganni la marea montante dell’antipolitica: per molto meno di un Lavitola, nell’isola di Tonga sarebbe già scoppiata una rivolta armata. Nel commosso ricordo di chi c’era e può raccontare, persino il bunga bunga e le signorine buonanotte che allietavano le serate del Viagros di Arcore scolorano e perdono quella taccia di liquame fognario, di pozzo nero di tutti i fetori e gli stravizi, che la bacchettoneria nazionale gli aveva affibbiato. Che sarà mai una Minetti consigliera regionale per meriti di mutanda davanti all’orrore infinito delle ruberie continue a cui assistiamo quotidianamente. A questo siamo.
La decima parte degli scandali che impestano la vita pubblica italiana affosserebbe nazioni ben più popolose e prestigiose della nostra . Noi invece continuiamo misteriosamente a galleggiare malgrado un fiume di denaro pubblico venga ogni giorno allegramente rapinato e sperperato da falangi armate di alti burocrati e politici più agguerrite di quelle degli opliti tebani. Un esercito sterminato di individui che ogni mese percepisce, legittimamente, cifre equivalenti ad un anno dello stipendio di un operaio o di un impiegato e che, ciò nonostante, continua ugualmente a ordire intrallazzi, concussioni, corruzioni, abusi d’ufficio, truffe ai danni dello Stato. Sembra quasi ci sia un gas tossico che impregna le pareti dei palazzi del potere, centrale e locale. Chi ci mette piede, ne respira i fumi e dopo un po’ comincia anche lui ad arraffare l’arraffabile. I grillini siciliani sono avvisati
In questo scenario da incubo, location di un disaster movie dove forse non si salva neppure il Ministero dell’Interno, la struttura amministrativa che la legalità dovrebbe farla rispettare, è normale che si arrivi al delirio d’invocare il Monti bis. Che sarebbe come dare per marito il becchino del cimitero ad una ragazza troppo ridanciana, vicina di casa di uno scassinatore. Sobriamente, educatamente, pacatamente, la ragazza alla fine smette di ridere, ma il furfante della porta accanto ladro era e ladro resta.
La massa di scempiaggini che il mitico e osannato popolo della rete sta vomitando in queste ore a commento del noto video prefetto vs prete rischia di rendermi simpatico, da qui alla fine della giornata, “Sua Eccellenza” il Prefetto di Napoli De Martino.
Il quale, a onor del vero, motivi per ottenere la mia simpatia di suo ne avrebbe davvero pochini. E’ da mummie del Similaun sbottare in quel modo, nell’ambito di un incontro tra autorità e società civile, per il presunto sgarbo di un sacerdote di frontiera alla (forse anch’essa sacerdotale ,secondo il Prefetto) funzione rivestita dalla sua collega di Caserta. L’abito talare, una volta garanzia di immunità e riverenza da parte del potere civile, l’altro ieri non ha salvato il parroco di Caivano dalle ire funeste di un Prefetto offeso per il reiterato appellativo di “signora” rivolto dal prete al suo omologo donna di Caserta. La doveva chiamare signora Prefetto, insomma. Chiamarla soltanto signora avrebbe denotato, secondo De Martino, un chiaro atteggiamento irriguardoso verso la persona e irrispettoso verso la carica rivestita.
Apriti cielo: appena il video è approdato su youtube, s’è scatenato un uragano Katrina di insulti all’indirizzo del Prefetto. Una voragine di improperi allargatasi a dismisura quando la risonanza mediatica del fatto ha trovato nuova linfa (e nuovi insulti) sulle maggiori testate giornalistiche online.
Non sto qui ora a far l’elenco degli errori di comunicazione (e di educazione) commessi dal Prefetto durante il fatal dibattito (compreso un congiuntivicidio da shock anafilattico): basti sapere che sono tanti e tutti concentrati in uno spazio di pochi minuti. M’interessa di più focalizzare l’attenzione sui luoghi comuni sciorinati dal “popolo”.
Primo luogo comune: all’estero esiste solo il signore o la signora. Non è vero (mai sentito un “mister president”?) e comunque non vuol dir nulla. La nostra storia di latini è diversa, in peggio e in meglio, da quella degli anglosassoni: facciamocene una ragione una volta per tutte. Tra le diversità che sarà impossibile implementare da noi c’è anche questa: il divorzio dal formalismo spagnoleggiante, retaggio di secoli di dominazione iberica della Penisola, e da quell’amore per i titoli (onorifici o accademici) che oltre Manica o sulle rive del Reno o in Scandinavia neppure sanno cosa sia. Non è un caso che mentre in Inghilterra si stampavano i primi giornali e si formava la prima opinione pubblica da noi esistevano ancora i “poeti di corte”, intellettuali a libro paga pronti a cantare a comando le lodi del nobiluomo che gli forniva vitto e alloggio.
Tutto ciò è dunque un portato della nostra (e non solo nostra) Storia e con la Storia ci sta poco da fare. Così come è un portato della nostra Storia sconosciuto alle genti nordiche il diverso rapporto tra i cittadini e la pubblica amministrazione. In Inghilterra, ad esempio, si sconosce del tutto o quasi l’autoritatività, ossia la capacità del soggetto pubblico di imporre le proprie decisioni ai consociati, tratto fondamentale , da sempre, dell’azione amministrativa nazionale: i compatrioti di Shakespeare hanno un apparato pubblico che agisce quasi sempre sulla base di norme di diritto privato mentre in Italia solo di recente la p.a. è stata legislativamente autorizzata ad operare in alcuni settori su un piano (quasi) paritario con i cittadini, attraverso l’utilizzo di istituti e strumenti di tipo civilistico.
Secondo luogo comune: la pubblica amministrazione. A leggere i commenti degli “indignados” nostrani- ruspanti “occupy catasto” allevati in casa- i pubblici dipendenti sono “i servitori” dei cittadini” , che sarebbero quindi i loro “ datori di lavoro”. Non se ne può più. Nel giro di meno di vent’anni siamo passati dal cappello in mano e dal “dottore”elargito pure all’ultimo dei commessi con la quinta elementare agli atteggiamenti da fazenderos con frusta e schioppo . Ridicolo il prima e il dopo. Il prima per eccesso, il dopo per difetto. La pubblica amministrazione e i suoi operatori rappresentano il pubblico interesse, ossia un interesse che prescinde dall’interesse dei singoli (e spesso vi confligge). Non è pertanto né tizio né caio il datore di lavoro di chicchessia, e nemmeno tizio, caio e sempronio messi assieme. Il datore di lavoro del dott. X o del ragioniere Y è la collettività indistinta , il che vuol dire che anche il dott. X e il ragioniere Y sono i datori di lavoro di se stessi e degli altri come loro: professori, infermieri, poliziotti ecc. Il rispetto dovuto a chi riveste, a qualsiasi livello, una pubblica funzione dovrebbe essere pertanto speculare al rispetto dovuto all’utente. Ma vagli a spiegare la differenza agli occupy catasto, squallidamente servili da garzoni, grottescamente burbanzosi da mastridongesualdi. Ridicoli prima e ridicoli dopo.
febbraio