In un articolo dai toni ferocemente antifrastici apparso oggi su Repubblica, Ilvo Diamanti sottolinea con forza la distanza della gente comune da Trichet, dalla BCE, dagli spread, dal FTSE o come diavolo si chiama e da tutto ciò che invece da giorni riempie le prime pagine dei giornali e dei telegiornali: il collasso delle Borse occidentali per i timori di una nuova, devastante recessione.
E’ normale che questo accada, meno normale è che nessuno faccia qualcosa per far capire all’uomo della strada che il default di una nazione europea o una ripresa economica piatta sono iatture che avrebbero un riverbero immediato sulla sua vita di tutti i giorni.
Non lo dovrebbero avere, a rigore, perché questa è una crisi, lo ripetiamo da anni come una litania, nata nel cuore del potere economico e finanziario europeo e americano ma i cui costi, come da manuale, si son voluti far ricadere pesantemente sui cittadini e sulle piccole e medie imprese.
Si chiama “socializzazione delle perdite” e l’espressione sintetizza uno dei capolavori del Leviatano capitalista, forse la sua migliore trovata. Si gioca con i soldi allegramente e spericolatamente, si realizzano grandi fortune private e poi, quando il castello di cartapesta comincia a scricchiolare, si abbandona velocemente l’edificio lasciando che siano i passanti e gli inquilini del piano terra a prendersi in testa i cocci: licenziamenti di massa, contrazione dei redditi, aumento dell’imposizione fiscale, tagli ai servizi.
Quando il banchiere o lo speculatore di turno vuole comunque conservare l’ufficio all’ultimo piano con vista mare, ci pensano gli Stati cosiddetti sovrani a salvarglielo ed è ciò che è accaduto nel 2008 dopo Lehman e Brothers.
Oggi , dopo che quegli Stati si sono indebitati fino al collo per tirar fuori dai guai banche e finanziarie, i beneficiati hanno iniziato a insultare i benefattori, accusandoli di essere spendaccioni e dissennati. Motivo per cui, se vogliono ancora trovare un pollo che gli acquisti in borsa i titoli, quegli Stati devono far piangere lacrime amare ai propri consociati, tagliando la spesa sociale, congelando le retribuzioni, privatizzando (leggasi: svendendo) il patrimonio pubblico.
E’ inutile che esimi economisti si affannino a spiegarci le colpe del sig.Rossi e di chi l’ha governato per la temperie attuale che s’attraversa: il sig.Rossi non ne capirà un tubo di spread ma sa benissimo che non sono i servizi pubblici che gli garantisce lo status di cittadino ad aver provocato il marasma nei conti dello Stato. Per quei servizi il Rossi, lavoratore dipendente o autonomo onesto, paga già fior di tasse, le quali, se ben adoperate, dovrebbero essere bastevoli a coprirne i costi.
Il problema del sig. Rossi,casomai, sono i troppi signori Bianchi con panfilo ormeggiato a Montecarlo che dichiarano redditi inferiori a quelli di una centralinista di call center e i troppi politici lautamente stipendiati che in sede locale o nazionale usano il pubblico denaro per avviare opere faraoniche e inutili e per piazzare amici e parenti nella pletora di enti, società partecipate e consorzi nati dalla fervida fantasia del nostro legislatore. Il problema del signor Rossi sono gli sperperi miliardari di una classe dirigente dalle ganasce insaziabili, a cui non è sufficiente godere di mille privilegi e di retribuzioni e pensioni da favola e che persiste, indifferente a tutto e tutti, a inzaccherarsi con logge e cricche, ad assumere a peso d’oro, per onorare scellerati patti clientelari, consulenti inutili e spesso pure mediocri, a regalare, con la scusa della privatizzazione (idolo totemico dei nostri anni), pezzi di cosa pubblica ad imprenditori collusi con la politica, di cui finanziano generosamente vizi e sfizi, certi, da buoni predoni del bene collettivo, di potersi rifare con gli interessi sulle gracili spalle degli utenti.
Ogni mese, per aggravare i problemi del signor Rossi e far sì che la bettola continui a mescere vino, lo Stato mette all’asta i suoi Bot. E siamo pure tutti contenti quando l’asta va bene, perché così ci ha insegnato una informazione vassalla e compiacente. Dovremmo invece strapparci le vesti, perché ogni asta di Bot significa ulteriore debito pubblico e ulteriore ravvoltarsi del Paese nelle spire mortifere del boa conscriptor bancario e finanziario.
Il mandarinato economico internazionale oggi infatti detta le regole agli Stati e sono le solite, trite regole liberiste che ci hanno condotto sull’orlo dell’abisso: Stato minimo, privatizzazioni, alienazione del patrimonio pubblico, tagli al welfare, alla sanità, alla previdenza, libertà di licenziamento, blocco delle retribuzioni dei ceti medio-bassi, ormai inchiodati a livelli reddituali da sussistenza. Addirittura qualcuno è arrivato all’insolenza di chiedere ai greci in garanzia il Partenone.
Lo Stato-amministrazione, incapace di rinunziare agli ozi di Capua suoi e dei suoi esponenti e ancor meno di far pagare il giusto a chi non ha pagato mai, obbedisce come un soldatino, ben consapevole di non aver più margini di autonomia. Lo Stato-comunità assiste attonito al franare del terreno sotto ai suoi piedi,senza neppure capire bene perché debba soffrire lui per lo scialo degli altri.
Dove ci porterà tutto questo? Non bisogna chiamarsi Fitoussi né avere la palla di cristallo per intuirlo: o ai forconi in piazza o al medioevo prossimo venturo o a entrambe le cose.
Si può cambiare la profezia? Forse sì, forse siamo ancora in tempo, ma servirebbe un rovesciamento radicale della prospettiva. Finora ci hanno illuso che la ricchezza di pochi può generare il benessere di molti. Vecchia ricetta liberista, da Api di Mandeville, che fallisce puntualmente da secoli e puntualmente viene riproposta. In America da sempre è un credo, in Europa lo sta diventando. Invece le risorse sono quelle che sono e quando la concorrenza del mercato globale e le disinvolte acrobazie della finanza bucaniera generano il patatrac, la scialuppa di salvataggio sono sempre e soltanto le terga dei soliti noti.
“Paghi di più chi più ha” è lo slogan di Obama, della nostra sinistra e di adorabili matti stramiliardari come Warren Buffett. Sembrerebbe la cosa più logica da fare, invece è un’idea dura ad attecchire, basti pensare al trenetico grottesco intonato da giorni per la superirpef dell’ultima manovra sui redditi da 90 mila euro in su. Non risulta siano mai stati organizzati cori funebri, invece, su tutti gli altri provvedimenti recessivi che da anni tagliano risorse alla pubblica amministrazione e alle famiglie, ai pensionati, ai precari, ai disoccupati. Novantamila euro lordi all’anno corrispondono a 4500 euro netti al mese. A fronte di tale reddito di tutto rispetto, le tasse in più che dovrebbero pagare questi contribuenti ammontano all’incirca a quindici euro al mese. Francamente non si vede dove stia lo scandalo. E’ certamente iniquo, considerando il livello spaventoso di evasione che c’è nel nostro Paese, che a sopportare l’ennesimo giro di vite fiscale siano chiamate persone che comunque hanno sempre versato all’Erario fino all’ultimo centesimo , ma dato a Cesare quel che è di Cesare oltre non ci si dovrebbe sporgere. Sennò si rischiano il ridicolo e le torte in faccia.