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ilrompiscatole
 
 

5 luglio 2015
Graecia capta
Colpisce, in questi giorni di via crucis per il futuro della Grecia e della UE, non tanto l’esito di una eventuale Grexit (per quanto drammatico potrebbe essere, e non solo per i diretti interessati) e neppure l’inusuale asprezza del braccio di ferro tra Brussel Group (o Troika, come preferite) e governo greco, bensì lo stupore e il fastidio che l’indizione del referendum da parte di Syriza ha provocato nei santuari della governance comunitaria. A guardarne le facce , sembrano tutti quanti appena caduti dal pero, come se il coinvolgere il cittadino elettore in faccende che hanno conseguenze dirette sulla sua vita quotidiana fosse una abnormità figlia di lontane ere geologiche. 
A questo punto è lecito chiedersi quale concetto di democrazia alberghi in pianta stabile negli uffici dei vari Juncker , Dijsselbloem e co. E, più in generale, quale concetto di democrazia oggi guidi gli intendimenti e le azioni di organismi come la Commissione europea. Ce lo dobbiamo chiedere e dobbiamo provare a darci una risposta non per puro amore di fuffa populista antieuro-come direbbero i moderni fan di Von Hajek- ma semplicemente perché un responso che non comprendesse, nell’idea di democrazia oggi imperante dentro gli scintillanti grattacieli comunitari, il coinvolgimento popolare, confermerebbe tutti i dubbi che si nutrono sulla reale natura di ciò che vent’anni fa fu forgiato con la creta di Maastricht.  
Che la Ue degli ultimi due decenni non fosse un modello specchiato di pluralismo, partecipazione dal basso e attenzione ai bisogni delle fasce deboli della popolazione, lo avevamo già fortemente sospettato in base alla tecnica adottata per approvare i vari trattati che concorrono a formare il vigente diritto comunitario. Nessun interpello popolare, linguaggio criptico, ricadute negative dell’applicazione di certe regole scoperte solo a danno compiuto. Lo ha ammesso anche Amato tempo fa in una intervista: “il linguaggio dei trattati europei è volutamente oscuro”, disse. Oscuro perché teso ad evitare polemiche nei parlamenti e rivolte nelle piazze. Questa UE, in pratica, ha il passo felpato del felino: la vittima si accorge del morso quando è ormai troppo tardi. Le elite economico- finanziarie che dirigono la baracca comunitaria tramite i loro emissari politici non gradiscono, infatti, il chiasso, la confusione, la dialettica dello scontro tipica dei regimi democratici. Hanno uno stile che assomiglia a quello del gruppo Bildelberg (col quale probabilmente si identificano): riunioni segrete, chiacchiere ridotte all’osso o silenzi carichi di significati , luci soffuse e patti siglati tra pochi e selezionati gentiluomini. E poco importa se tali patti poi cozzano sul groppone di tutti quanti, se hanno ,cioè , valenza erga omnes. Hanno agito così persino con l’euro, forse convinti che gli elettori dei Paesi membri- all’epoca estasiati dall’idea della moneta unica- avrebbero votato plebiscitariamente a favore. O forse – e più probabilmente- spaventati dall’esito per loro negativo dell’unico referendum sull’euro tenutosi in Europa, quello svedese. 
Fatto sta che la creatura nata nel 1992 sull’onda della caduta del Muro e della riunificazione tedesca non è affatto quel consesso di popoli fratelli che ci hanno spacciato per anni. Assomiglia piuttosto ad una s.p.a. ,con tanto di consiglio d’amministrazione e amministratori delegati, dove le scelte che contano vengono decise ai piani alti e sottoposte a quelli bassi a titoli di mera divulgazione. Una presa d’atto, insomma. Più o meno come fa la direzione di una azienda. 
Pertanto qua siamo oltre il ritorno dei fascismi, talvolta evocato , a proposito di Ue, da quella innamorata delusa e ferita che è la sinistra dei Paesi mediterranei, fino a poco tempo fa la più accanita sostenitrice dell’integrazione europea, sempre pronta a difendere a spada tratta anche le decisioni più indigeste per l’orgoglio nazionale. Qua siamo oltre perché i fascismi, come tutte le dittature, cercavano e cercano, nel perseguimento dei loro aberranti disegni, il consenso dell'opinione pubblica. Pur essendo i mallevadori dei privilegi dei ceti dominanti, inevitabilmente le autocrazie hanno bisogno infatti di nutrirsi anche del placet delle masse. No, qua forse è pure peggio. Qua siamo di fronte ad un feudalesimo di ritorno, con tanto di vassalli e servitù della gleba, che adopera la leva economico-finanziaria ( i cordoni della borsa, tanto per intenderci) per tenere la politica nazionale al guinzaglio, concedendole solo quel minimo spazio di manovra imposto dalla necessità di rispettare le forme esteriori del gioco democratico. Siamo di fronte, cioè, ad una nobiltà di censo più spocchiosa e arrogante di quella con parrucca e tricorno, che nutre un' ubbia profonda per parole come “sovranità popolare”,convinta com'è che le merci e il denaro debbano sempre prevalere sugli esseri umani, e che ritiene il lavoro e i lavoratori semplici pedine da muovere a piacimento sullo scacchiere dei profitti. E dunque, passi che ogni tanto si debba votare - perché purtroppo per loro l’Europa del XXI secolo non è il Sudamerica degli anni 70 - l’importante è che il voto non cambi gli equilibri. Ma i referendum sulle scelte economiche della UE no, mai. Il referendum è pericolosissimo, è uno strumento incontrollabile. Non puoi mettere un Renzi o un Monti a vigilare sul suo corretto esito. Le normali elezioni – a parte la Grecia, ma stanno provvedendo - sì, quelle le puoi controllare benissimo, e così pure la formazione dei governi. Ma i referendum no:per l’eurocrazia dei poteri forti sono quasi un male assoluto e il Paese debitore che s’azzardasse a indirli un paria da ostracizzare e mettere ai margini del consesso comunitario. 
Siccome però ogni tanto la Storia ritorna, come diceva un tizio nato a Napoli nella seconda metà del seicento, non è un caso che a sfidare il Leviatano europeo oggi sia la piccola Grecia, culla di democrazia e civiltà (Graecia capta ferum victorem cepit) ; la stessa Grecia che duemilacinquecento anni fa per difendere la propria libertà non esitò ad affrontare e sconfiggere un impero immenso, dotato di un esercito di centinaia di migliaia di soldati. 
Non so voi, ma io se fossi Juncker o la Merkel, condottieri dei nuovi barbari che bussano alle porte dell’Ellade, una ripassatina alla cronaca della battaglia di Maratona gliela darei.



permalink | inviato da effecar il 5/7/2015 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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