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ilrompiscatole
 
 

26 agosto 2015
Corruptissima re publica

Su una cosa i Casamonica hanno ragione quando proclamano la loro estraneità alla mafia e a tutto ciò che con essa viene messo in relazione : i mafiosi doc, quelli siciliani per intenderci, non avrebbero mai partecipato ad una trasmissione televisiva, non si sarebbero mai prestati al teatrino mediatico approntato dalla Sette per ben due serate di fila e meno che mai avrebbero esibito una favella così faconda , quantunque in profondo ed insanabile dissidio con grammatica e sintassi.

Per tutto il resto, però, mafia e Casamonica, a voler dar retta alla Cassazione (è mafiosa quella associazione il cui modus operandi sia fortemente caratterizzato da un uso almeno potenziale della violenza o minaccia, tale da generare quel senso di timore e insicurezza per la propria persona o i propri beni che induce la generalità dei consociati a piegarsi alle diverse richieste di vantaggi provenienti dagli associati: Cassazione, sez. I penale, sentenza 13 marzo 2015, n.11008), sono due termini in stretta correlazione tra loro, nonostante una giustizia nelle cui maglie parecchi esponenti del clan sono incappati spesso ma mai per 416 bis. E’ fatto notorio che la famiglia di sinti abruzzesi trapiantata a Roma da sempre si muove nelle intercapedini del grande telaio criminale capitolino. Una presenza capillare eppur poco appariscente, fatta di spaccio, usura, estorsioni, riciclaggio. Attività che hanno fruttato e fruttano ai suoi esponenti milioni di euro, parte dei quali spesi in ville stile peplum anni cinquanta e arredi pacchiani, con profusione di ori e statue di imbarazzante grossolanità. Per regolare i conti, zero pallottole ma tanti cazzotti .Il che evita “scruscio” ,come si dice in Sicilia, e sbirri troppo zelanti.

Per tanti anni il metodo Casamonica ha funzionato alla perfezione. Mentre altri gruppi criminali, molto più esosi in termini di territorio e potere, finivano nel mirino di giudici e carabinieri, i Casamonica hanno continuato imperterriti a gestire i loro affari e a curare le loro zone d’influenza senza soverchi fastidi. Poi è arrivata Mafia Capitale, prima l’inchiesta del cronista dell’Espresso (ora sotto scorta) Lirio Abbate seguita due anni dopo dagli arresti eccellenti e dal terremoto politico-giudiziario del dicembre 2014. E’ allora che l’Italia si è ricordata dei Casamonica, della loro rete tentacolare nelle propaggini meridionali della Capitale, dei loro traffici e dei loro legami con la banda della Magliana prima e con la premiata ditta Buzzi-Carminati dopo.

Ecco perché lascia ancor più stupiti ciò che è accaduto a Roma giovedì scorso. Un uomo della caratura di Vittorio Casamonica non può morire senza che il suo trapasso lasci una traccia dentro le stanze degli uffici competenti. Ma anche ammettendo che tale traccia nessuno – per distrazione o altro - si sia preoccupato di lasciarla, è grave che i vigili urbani, intervenuti per regolare il traffico messo in crisi dalle fantasmagoriche esequie in onore del patriarca, non abbiano preso in mano un cellulare che fosse uno per avvertire il loro Comando di ciò che stava accadendo o, meglio ancora, per avvertire le altre forze di Polizia, quasi che il Tuscolano fosse gemellato con Abilene, la città del far west dove la legge dello Stato non ci protegge più.

E’ questo che ha colpito soprattutto l’opinione pubblica nazionale (e non solo) : la sconcertante facilità con cui in un Paese del progredito occidente europeo , anzi nella sua capitale, una organizzazione malavitosa possa mettere in scena un evento pubblico del genere - con tanto di carrozze, gigantografie ed elicotteri - e portarlo a termine indisturbata. Al confronto, impallidiscono perfino i vergognosi “inchini” dei santi e delle madonne davanti alle case dei boss siciliani o calabresi durante le processioni delle feste patronali. Per chi sull’argomento non la pensa come Giuliano Ferrara ( che , da buon liberale a tutto tondo, nei giorni scorsi sul Foglio ha difeso la libertà di funerale dei Casamonica con la stessa veemenza con la quale a suo tempo difese la libertà di lupanare di Silvio Berlusconi), è uno schiaffo alla decenza e alla dignità dell’Italia e di tutti i suoi cittadini. L’ennesimo, peraltro. Oltre che la cartina al tornasole dello stato comatoso delle istituzioni e di una società civile ormai inane e abbandonata a se stessa.

Dopo le illusioni della guerra di liberazione, l’Italia ha avuto cinquant’anni di tutela americana nel corso della quale un sudario putrescente di delitti eccellenti, stragi, corruttele, omissioni, affarismi spicci ha coperto le attività e i traffici di una criminalità che solo pochi e coraggiosi uomini (giornalisti, magistrati, poliziotti) hanno avuto il coraggio di sfidare, spesso rimettendoci la vita. Una criminalità che ha potuto allignare e radicarsi nel territorio e dentro i palazzi della politica e della pubblica amministrazione grazie ad una rete formidabile di complicità e connivenze. A tutti i livelli, anche i più impensabili. Nel 2007, a tal proposito, lo scrittore catanese Alfio Caruso ha pubblicato un libro - Il lungo intrigo - che è una galleria degli orrori in forma di romanzo di tutto quello che di melmoso, occulto e purulento è accaduto nella Penisola dall’8 settembre del ’43 ai nostri giorni. Ne è venuto fuori un testo da leggere dietro prescrizione medica.

Non paga, l’Italia si è permessa il lusso di mancare non solo la prima - la Resistenza- ma anche la seconda e ultima occasione – Mani Pulite- concessale dal destino per diventare un Paese normale. Anzi, oggi sappiamo con sufficiente certezza che l’inchiesta volta a candeggiare finalmente la vita pubblica nazionale è stata adoperata dalle lobby finanziarie italiane ed internazionali per rovesciare i rapporti di forza tra l’economia e la politica, a tutto vantaggio della prima. Ciò che è accaduto da Maastricht in poi sta lì a dimostrarlo.

E la criminalità organizzata? E la corruzione, che con la criminalità organizzata cammina da sempre appaiata? Libere di prosperare, con una politica abietta e ingorda che invece di contrastarle le ha vellicate, sia l’una che l’altra, ed una magistratura di fatto impotente, vincolata alle sacrosante regole dello Stato di diritto e alle cavillosità bizantine del codice di procedura, dovendosi il popolo far bastare, per celebrare i riti dell’indignazione un tanto al chilo, un’antimafia delle chiacchiere e delle commemorazioni ancor più deleteria, forse, del fenomeno che vorrebbe avversare.

L’eccesso di leggi ,secondo Tacito, è proprio degli Stati corrotti; ma ancor più corrotti-aggiungiamo noi-sono gli Stati che le leggi, poche o troppe che siano, non le applicano affatto.




permalink | inviato da effecar il 26/8/2015 alle 19:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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